Il «brigadiere» diventato 007

ROMA.Bello, capelli ricci, mossi, fisico modellato da anni di servizio come bagnino in quel di Romagna. Un servitore dello Stato, figlio e fratello di servitori dello Stato. Padre maresciallo dei carabinieri storico comandante di stazione a Lugo di Romagna, fratello magistrato alla Dda di Forli, Marco Mancini (foto) viene difeso a spada tratta da chi lo conosce dai tempi dell'antiterrorismo a Milano. «Marco non farebbe una cosa del genere. Se lui c'entra con la vicenda di cui lo accusano è perché ha ricevuto un ordine», dicono di lui. Quando Marco Mancini arriva al Sismi, nel 1984, i vecchi marpioni del servizio italiano lo chiamano «il brigadiere». Mancini viene dall'Arma dei carabinieri. Si era arruolato poco più che ragazzo, alla fine degli anni ‘70, conseguito il diploma di perito chimico. Carabiniere ausiliario, come i fratelli.
Il curriculum del «brigadiere» contiene brillanti operazioni. Nel 1981, settembre, entra nella sezione speciale anticrimine di Milano, comandata da Umberto Bonaventura, allora capitano, anni dopo capo della prima divisione del Sismi morto di infarto prima di deporre sul dossier Mitrokhin. Mancini partecipa all'arresto di Oreste Scalzone a Parigi, a quello di Sergio Segio a Milano. Non c'è operazione di quella fase alla quale non partecipi. Nel'84 entra nel servizio segreto col grado di segretario. Si rimette a studiare, giurisprudenza. Il «brigadiere», in realtà, dal 1988 è il dottor Marco Mancini. Alla fine degli anni ‘90 va a fare il capocentro a Bologna. Comincia, da li, a misurarsi con l'Islam, e a studiarlo.
Quando al Sismi arriva Niccolò Pollari, lo nomina coordinatore dell'area nord. Nel 2003 Mancini torna a Roma e sostituisce Gustavo Pignero (suo vecchio comandante e ieri arrestato con lui) come capo della prima divisione. (l.v.)