Caso Abu Omar, arrestato il numero 2 del Sismi

ROMA. Alla fine la bomba è scoppiata. E'scoppiata all'alba di ieri con sei ordinanze di arresto, firmate dalla procura di Milano, che hanno decapitato il controspionaggio militare italiano e mandato in fibrillazione gli apparati. Un vero terremoto politico giudiziario scaturito dall'inchiesta sul rapimento dell'Imam Abu Omar da parte della Cia. L'ex premier Silvio Berlusconi aveva sempre negato, con la massima forza, che il governo fosse informato dell'operazione condotta sul territorio nazionale nel febbraio del 2003, nell'assoluta illegalità, dall'intelligence americana a caccia di terroristi in tutta Europa.
E durante la scorsa legislatura anche il direttore del Sismi, il generale Nicolò Pollari, davanti al Comitato parlamentare di controllo aveva ripetutamente affermato che il servizio nulla sapeva e che nessun contributo era stato dato.
Ma adesso gli atti della magistratura milanese sembrano raccontare una storia diversa. Una storia in cui i servizi italiani appaiono più che coinvolti nei fatti.
I funzionari finiti in manette ieri mattina non sono semplici agenti. Il primo provvedimento è stato notificato a Marco Mancini, ex responsabile dei centri Sismi di Nord Italia e oggi numero due del Servizio Sismi. Il secondo al generale Gustavo Pignero, all'epoca dei fatti direttore della prima Divisione Sismi e diretto superiore di Mancini. Due pezzi da novanta dell'Antiterrorismo negli anni di piombo e che ora sono chiamati a rispondere di sequestro di persona «con l'aggravante - come ha precisato in una nota il procuratore di Milano Manlio Minale - dell'abuso dei poteri inerenti la qualità di pubblici ufficiali». Con loro sono indagati per favoreggiamento altri due funzionari del Sismi, Luciano Seno e Pio Pompa. In concorso con quest'ultimo - altro clamoroso sviluppo - Mancini avrebbe anche spiato il giornalista di Repubblica Giuseppe D'Avanzo: avrebbero «preso fraudolentemente cognizione di conversazioni telefoniche in partenza dal suo cellulare», rivelano le carte.
Mancini è stato arrestato nella sua casa di Lugo di Romagna, dove si trovava «in malattia» dal maggio scorso (più o meno da quando il suo nome è entrato nelle inchieste giornalistiche), ed è stato subito trasferito nel carcere di San Vittore dove domani sarà interrogato dal Gip. A Pignero, per ragioni di salute, sono stati invece concessi i domiciliari mentre le altre quattro ordinanze riguardano altrettanti cittadini Usa: tre funzionari Cia (tra questi l'ex capocentro della Cia a Roma, Jeff Castelli) ed un quarto già in servizio, con incarichi di responsabilità, alla base aerea di Aviano. Fu da questa base che decollò il volo segreto con a bordo Abu Omar. Un volo che dopo uno scalo a Ramstein, in Germania, raggiunse l'Egitto dove l'Imam - ritenuto un uomo di Al Qaida - venne nascosto in un carcere speciale per essere interrogato sotto tortura.
La vicenda del sequestro si era consumata la mattina del 17 febbraio 2003 nel pieno centro di Milano. Attorno a mezzogiorno un uomo in abiti civili ferma Omar per un controllo. In un lampo l'imam viene bloccato, incappucciato e caricato su un furgone che sparisce nel nulla. La magistratura indaga a lungo e finisce per emettere 25 mandanti di arresto europei nei confronti di altrettanti agenti Cia, compreso l'ex capo centro dell'intelligence americana a Milano, Bob Seldom Lady. La richiesta di estradizione viene bloccata dal Guardasigilli Castelli, in aperta polemica contro i magistrati «militanti». Intanto, le indagini incappano in un maresciallo del Ros che inizia a vuotare il sacco e racconta di aver partecipato, a titolo personale, all'operazione Usa. C'erano anche altri italiani, dice l'uomo ai magistrati che concentrano l'attenzione su alcune schede telefoniche anonime usate durante il sequestro.
Ieri la svolta, svolta che ha ha portato anche nuovi collegamenti e al sequestro di un pc e di alcune carte nella redazione di «Libero»: nel mirino il direttore del quotidiano, Renato Farina, e il cronista Claudio Antonelli. Ma le indagini a loro carico non riguardano gli articoli pubblicati quanto piuttosto «una specifica attività» svolta, hanno precisato fonti della procura lasciando ipotizzare clamorose novità.