La Francia dà lezione di calcio al Brasile

FRANCOFORTE. A Francoforte viaggio nella macchina del tempo. Si torna nel 1998 e la Francia, ieri come allora, batte il Brasile. Non è la finale, un semplice quarto, ma l'effetto è devastante. La Seleçao più ricca di talento di un conto cifrato svizzero piegata da una squadra di «vecchietti», già pronta all'ultimo spettacolo di una carriera ricca di Oscar ma ormai sul viale del tramonto. Eppure il vecchio attore che ricorda a stento le battute recita la parte come ai bei tempi.
Dal «quadrato» al triangolino. Parreira perde per strada un lato magico e disegna una figura più allineata alla geometria del calcio.
E allora spazio a Kakà, Ronaldinho e Ronaldo, grasso ma sereno, e preferito ad un Adriano più asciutto ma triste. L'«intruso» è Juninho Pernambucano, nome degno di una bibita tropicale ma con un piede destro raffinato come un liquore francese. Ed è proprio in Francia che ha fatto fortuna il talento di Recife, il giocatore preferito di Lula che in alcune interviste lo ha «raccomandato» a Parreira, ma senza concussione con sorella o cugina del trequartista del Lione. La Francia opta per il cosiddetto modulo ad albero di Natale. Henry unica punta e Trezeguet in panchina, neanche fosse Del Piero alla Juve. Dietro c'è Zidane, ispirato come ai bei tempi: lanci lunghi, finte, pallone attaccato al piede. Con la suola è il più forte giocatore di tutti i tempi. Dalla prossima settimana si occuperà solo di crema abbronzante sulla spiaggia di Antibes, anche se potrebbe giocare ancora per altri 10 anni.
Zidane corre, ma corre ancora di più Ribery, uno che fino a tre anni fa lavorava in fabbrica la mattina e la sera si allenava con una squadra di Terza Divisione. Il Brasile scende in campo con i fantasmi di Parigi '98. La Francia è un incubo ricorrente che turba il sonno dei brasiliani anche quando possono godersi il tramonto con il Pan di zucchero sullo sfondo. Ronaldinho gioca da seconda punta, ma ha dimenticato i guizzi di classe nel suo attico di Barcellona. Kakà, invece, ha con sè la cartella con i suoi libri migliori, ma un ginocchio infiammato lo condiziona e corre come uno normale. Juninho si vede poco e sembra quasi chiedersi: ma cosa ci faccio io qui? Ronaldo è il più convinto, ma dalle sue parti non arrivano palloni giocabili e non può certo andare a prenderli nella sua metà campo: va bene correre per dimagrire, ma non esageriamo.
La Francia dei vecchietti ignora la carta di identità. Corre il doppio degli avversari, occupa il centrocampo e pianta il tricolore anche sulle corsie esterne. Cafù e Roberto Carlos sono costretti a fare i terzini.
La Francia, che ha rischiato l'eliminazione con la Corea, mette in crisi la Seleçao, che il meglio di sè ormai lo ha dato negli spot della Nike.
E puntuale arriva il gol. Ci pensa Henry, al 13' della ripresa, lasciato solo in mezzo all'area da Lucio e Juan su una punizione pennellata, indovinate da chi? Troppo facile, Zidane.
Il Brasile va in affanno. Rischia il tutto per tutto. Parreira rinnega Lula, richiama Juninho e manda in campo Adriano per ripristinare un quadrato che non è più magico ma della disperazione.
Ma in mezzo al campo è Zidane che dirige il traffico e smista palloni con la magia di un prestigiatore col clindro. Parreira gioca anche la carta Robinho ma i minuti a disposizione sono troppo pochi per incidere sulla partita. Il Brasile è confuso, il Mondiale di cui aveva già acquistato i diritti scivola via. Non ha neanche la forza di reagire. La Francia ha bevuto l'elisir di eterna giovinezza e vola in semifinale, una semifinale tutta europea con Portogallo, Italia e Germania. Il Brasile se ne torna a casa con un cerchio alla testa per l'eliminazione. Già, dopo quadrato e triangolo ci mancava anche il cerchio. Basta con la geometria.