Le cosche della 'ndrangheta e il boccone dell'Asl numero 9
ROMA.Erano trascorse meno di 24 ore dal delitto Fortugno quando il ministro dell'Interno Pisanu nominò la commissione d'inchiesta incaricata di far luce sulla Asl numero 9 di Locri. Il risultato arrivò in sei mesi. Un verdetto durissimo che il 27 aprile scorso portò al commissariamento dell'azienda sanitaria calabrese per gravi, anzi gravissime infiltrazioni mafiose. L'Asl veniva descritta come un vero e proprio centro d'affari e di potere con un bilancio da 172 milioni di euro l'anno, due ospedali da gestire (Locri e Siderno) e 1.700 dipendenti: un boccone per le cosche della 'ndrangheta.
Le carte evidenziavano lo sconcertante clima mafioso che regnava nel distretto sanitario di Locri dove funzionari e apparati di controllo passavano indenni attraverso qualunque cambiamento politico «senza mai conoscere rotazioni o avvicendamenti». Di fatto un regime dove chi osava denunciare il malaffare veniva intimidito, minacciato, persino allontanato con trasferimenti puntivi (almeno 75 gli episodi documentati).
Tra il personale sono stati individuati 124 dipendenti direttamente legati alle maggiori cosche mafiose mentre altri 36 lavoratori sono stati uccisi in agguati mafiosi.
Alla Asl 9, insomma, erano le famiglie della 'ndrangheta «a condizionare le scelte gestionali e di indirizzo», a dettare le regole per chiudere gli appalti, pilotare assunzioni e carriere. Il denaro pubblico, si legge ancora nelle carte, correva a fiumi verso le strutture sanitarie private accreditate presso la Asl che la mafia gestiva direttamente: 16 strutture nelle mani delle cosche che tutto decidevano senza lasciare nulla al caso. Persino le assunzioni degli inservienti dovevano seguire una logica spartitoria che accontentasse tutti senza turbare i precari equilibri determinati della faida in corso a Locri tra le famiglie Cataldo e Cordi. Cosi, quando fu assegnato l'appalto per le pulizie, la cooperativa prescelta assunse 36 lavoratori vicini al primo clan e altrettanti al secondo.(n.a.)