Fortugno, preso il mandante


ROMA. Forse c'è ancora da scavare. Ma da ieri anche il presunto mandante dell'omicidio Fortugno è finito in carcere. Alessandro Marcianò, 55 anni, caposala dell'ospedale di Locri, è stato arrestato con il figlio Giuseppe, 28 anni, direttamente coinvolto nella preparazione del delitto.
L'ordinanza richiesta dalla procura antimafia di Reggio Calabria è stata eseguita con un'operazione congiunta di polizia e carabinieri. Un risultato che arriva dopo otto mesi di indagini e numerosi altri arresti: tra questi quello del sicario che il 16 ottobre scorso apri il fuoco contro il vicepresidente del Consiglio regionale e quelli di molti esponenti della cosca Cordi.
I particolari di un arresto che era nell'aria da tempo si conosceranno stamane, quando il procuratore della Repubblica, Antonino Catanese, terrà una conferenza stampa alla quale è atteso il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Per il momento le poche indiscrezioni trapelate parlano di «un rancore personale» quale movente dell'assassinio di Franco Fortugno, politico in Regione ma anche responsabile del pronto soccorso dell'ospedale di Locri. Un rancore profondo nutrito da Marcianò verso la vittima e verso tutta la sua famiglia. A cominciare dalla moglie di Fortugno, Maria Grazia Laganà. Anche con lei, vicedirettore sanitario dell'ospedale di Locri e oggi eletta deputato per l'Ulivo, c'erano profondi dissapori: attriti sulla gestione dell'ospedale, ma anche sul fronte politico.
Certo è che i nomi dei Marcianò erano entrati nell'inchiesta quasi subito, seppure coperti dagli «omissis». Alessandro Marcianò, detto «Celentano» per la sua somiglianza col cantante, aveva concesso interviste e si era anche pubblicamente difeso (minacciando querele) dall'insinuazione di non essere un semplice dipendente della Asl 9 di Locri, poi commissariata, ma un vero e proprio «boss della sanità» che dopo trent'anni di servizio trascorsi in quel pantano permeato dalla 'ndrangheta tutto poteva e tutto controllava. Un boss con troppi interessi anche in politica. Ad esempio verso l'elezione dell'esponente della Margherita Mimmo Crea per il quale aveva fatto campagna elettorale nell'aprile 2005 (Crea fu il primo dei non eletti e subentrò a Fortugno dopo l'omicidio). «Feci votare Crea perchè mio figlio lavorava nella sua segreteria», si giustificò Marcianò, spiegando che in due precedenti occasioni il voto andò invece a Fortugno.
Quanto al figlio Giuseppe, il giovane era già stato arrestato nel febbario scorso per un traffico di armi e droga riconducibile al clan Cordi, clan col quale entrambi i Marcianò avevano saldi legami. Giuseppe era buon amico di Salvatore Ritorto, l'uomo che avrebbe esploso i cinque colpi di pistola contro Fortugno. Anzi. Per i Pm fu proprio Giuseppe, quel pomeriggio del 16 ottobre 2005, ad accompagnare il killer in macchina sul teatro dell'agguato, la piazza del seggio dove si svolgevano le primarie dell'Unione.
Il doppio arresto sembra insomma chiudere il cerchio. Ma le indagini «devono andare avanti», ha detto ieri la vedova Fortugno. «Bisogna accertare se ci sono livelli più alti, quelli cioè che possono avere deciso un tale crimine con quelle modalità», ha dichiarato la neodeputata ringraziando magistratura e forze dell'ordine e i giovani della Locride che in questi mesi hanno alzato la testa e fatto sentire la loro voce.

Natalia Andreani