Gioiello di Kakà, ma è un brutto Brasile
BERLINO.Sarà colpa della musica, dei sorrisi, dell'allegria ma il Brasile non sembra un extraterrestre in volo nel cielo sopra Berlino e tira un sospiro di sollievo per essere uscito con tre punti dalla prima mondiale. E ringrazia Kakà per quel «golletto» che evita spiacevoli complicazioni ai grandi favoriti della rassegna iridata.
Il Brasile fatica più del previsto per avere ragione della Croazia, che non è squadra sprovveduta ma pur sempre una piccola repubblica grande come l'appezzamento di uno dei tanti latifondisti brasiliani. La Seleçao gioca davanti allo specchio, Ronaldinho si ammira la coda e Ronaldo sembra dire «mamma mia guarda come sono grasso». Se ne accorge anche il pubblico che lo fischia ripetutamente e nella ripresa approva la sostituzione con Robinho.
Adriano deve correre anche per lui e finisce per sprecare energie come Marco Velo quando tira le volate a Petacchi. In mezzo al campo il vecchio «Puma» Emerson ogni volta che si allunga sembra strapparsi ma meno male che c'è lui davanti ad una difesa che non sembra aver stipulato una polizza antigol. Lo capisce bene Niko Kovac, che da buon padrone di casa (gioca nell'Herta Berlino) riesce ad infilarsi più volte tra i due difensori centrali mentre Prso va a dare fastidio sulle vie laterali, dove Cafu e Roberto Carlos dimostrano che la carta di identità non serve più per passare da uno stato all'altro dell'Unione Europea, ma è però indispensabile per giocare un Mondiale.
Per fortuna del Brasile Niko Kovac finisce contro Adriano e non avendo l'air-bag si fa male ed abbandona il campo. Funziona la gabbia studiata da Kranjcar per limitare Ronaldinho, che ha a disposizione anche una punizione dalla posizione dove colpisce decine di volte la traversa: ma qui non siamo nel «candid spot» della Nike e la palla finisce contro la barriera come può capitare a qualsiasi comune mortale.
Meno male che c'è Kakà, che ha vissuto sicuramente serate migliori ma che ha nelle corde il tiro da fuori e nel finale del primo tempo estrae questo classico dal suo repertorio che lascia Pletikosa di pietra ed accende un Olympiastadium che, invaso da 30mila brasiliani, sembra il Maracanà. La Croazia non ci sta e nella ripresa fa di tutto per raddrizzare la situazione.
Viene fuori lo spirito guerriero e per dei giocatori che hanno ancora le cicatrici mentali della guerra civile con la Serbia, «attaccare» la difesa verdeoro viene naturale. Ci provano prima Prso e Klasnic con conclusioni da lontano e poi lo stesso Prso da distanza ravvicinata. Dida, però, è attento e chiude la saracinesca.
Soffre sino alla fine il Brasile e gli occhi spaventati di Lucio e Juan sono il simbolo di una squadra arrivata un po' troppo presuntuosa all'appuntamento iridato. Intendiamoci, il Brasile resta il Brasile ma forse nei prossimi giorni dovrà abbassare il volume della radio e sorridere un po' di meno.
Il Mondiale si vince solo se si gioca con un'altra mentalità.