Mezz'ora di ritardo e il boss è libero


TORINO.Vincenzo Di Lauro, trent'anni, figlio del boss di Secondigliano Paolo Di Lauro detto «Ciruzzo'o milionario», è tornato ad essere uno dei trenta ricercati più pericolosi d'Italia. Da ieri infatti è di nuovo un uomo libero, per un clamoroso, grottesco, errore procedurale. Di Lauro era rinchiuso nel carcere delle Vallette di Torino dall'aprile 2004, quando, dopo un un rocambolesco inseguimento sui tetti (con tanto di elicottero) fu arrestato dai carabinieri a Chivasso, trenta chilometri a nord del capoluogo piemontese, mille chilometri dalla guerra di Secondigliano tra il clan di Lauro e gli «scissionisti», cinquanta morti in un anno e mezzo per le strade di Napoli.
Imputato per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti, è stato per questo reato assolto il 17 maggio 2005 dalla IV Sezione del Tribunale di Napoli, ma contestualmente condannato a otto anni di reclusione per affiliazione alla camorra, motivo per cui fu arrestato in aula alla fine del dibattimento. Per evitare la scarcerazione, i giudici hanno dovuto emettere una nuova ordinanza di custodia cautelare per la ricevuta condanna. Ebbene, l'ordinanza è giunta da Napoli priva di una parte fondamentale, la motivazione. Il legale di Di Lauro, Vittorio Giaquinto, ha immediatamente eccepito la nullità e il Tribunale del Riesame non ha potuto che dargli ragione. Martedi mattina, alle 12 e 30, Di Lauro si è presentato all'ufficio matricole del Carcere Le Vallette per sbrigare poche formalità e tornare un uomo libero. A nulla è servita la corsa contro il tempo dei giudici napoletani: all'arrivo della nuova ordinanza di custodia cautelare sollecitata dalla Direzione distrettuale antimafia, mezz'ora dopo, il boss di Secondigliano aveva già fatto perdere le sue tracce. La notifica non è giunta in tempo. Pare che ad attendere Di Lauro fuori dal carcere ci fossero due macchine pronte ad accompagnarlo all'estero. A nulla - per ora - sono valsi i posti di blocco disposti in tutta la Regione. Secondo i magistrati, il clamoroso disguido sarebbe colpa di un «copia e incolla» mal eseguito al computer, oppure di una fotocopiatrice o di una vecchia stampante della cancelleria. Una scarcerazione dovuta - sostengono i giudici - soprattutto alla carenza di mezzi e strutture che grava sugli uffici giudiziari partenopei. Il ministro della Giustizia, Clemente Mastella, ha incaricato l'ispettorato generale del Ministero di svolgere in via d'urgenza accertamenti sul caso. Il guardasigilli ha mobilitato gli ispettori «considerata la gravità della vicenda».

Stefano Caselli