Referendum: l'Udc per il si, ma Follini dissente
ROMA. La Cdl si organizza per combattere la battaglia delle riforme, ora che anche la direzione dell'Udc, il partito più inquieto della Cdl sul referendum, si è espresso per il si a grande maggioranza, nonostante Marco Follini e Bruno Tabacci, con altri tre dirigenti, abbiano votato contro.
Respinta la loro tesi della «libertà di coscienza». Gianfranco Fini promuove una mobilitazione «capillare» di An, per dare al 'si" una «valenza politica» contro il governo. E' stato chiesto a Umberto Bossi se la Lega tornerebbe alla secessione, con la vittoria del «no». Ha risposto: «Penso di si», ma ha poi aggiunto che se la riforma non passasse, ne prenderebbe atto. E infine Berlusconi ha preannunciato una sua mobilitazione personale a favore del si con apparizioni in tv e interviste alla radio. Ma soprattutto con due lettere indirizzate agli elettori, una per quelli del Nord e una per quelli del Sud.
Nel documento conclusivo della direzione dell'Udc, l'unanimità è stata raggiunta su una proposta della minoranza che prevede una fase costituente sulle riforme, quale che sia l'esito del voto referendario. Follini ha motivato con la tradizione costituzionale dell'Udc la sua linea di libertà di voto. Come ex segretario si è fatto autocritica per le concessioni sulla devolution e il premierato, errori aggravati da «una pessima legge elettorale».
Il capo dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, è apparso comprensivo verso il «disagio» di Follini e ha definito convincente la sua riflessione sulla leadership del centrodestra. Non piace nemmeno a lui «un partito moderato ingessato su Berlusconi e la sua leadership». All'Udc interessa un altro partito, dipendente anche da quanto succederà a sinistra con il «partito democratico». Casini ha cercato di assorbire il disagio, giustificando il «si» con l'assenso dato dall'Udc in sede parlamentare. Ma ha trasformato in «ricchezza» il dissenso di Follini e Tabacci: «Lealtà e diversità ci hanno consentito di ottenere voti anche da parte di chi la pensa diversamente. Il problema non è perdere qualcuno, ma aggregare».
Dopo la direzione, Follini e Tabacci hanno annunciato la nascita dei «Circoli di mezzo», che si porranno due obiettivi: una leadership non populista dell'alleanza di centrodestra; un centro alternativo alla sinistra, dentro un bipolarismo diverso da quello attuale: rigido, muscolare, schematico. L'alternativa può realizzarsi su «una linea più avanzata». Allo stato, i circoli non significano uscita dal partito, né la creazione di un partito nuovo.
«Un bel si per mandare a casa Prodi» ha detto Roberto Calderoli. Bossi mostra sicurezza e dice che il Nord farà vincere il «si». Ma se fosse «no»? «Ne prenderei atto: vorrebbe dire che l'Italia non è pronta per avere democrazie e federalismo». Con la sinistra, dialogo solo dopo il «si»: «Stiamo scrivendo una bozza del cambiamento e l'ideale sarebbe che anche alcuni della sinistra partecipassero al tavolo».
Berlusconi si affida molto alle lettere che intende mandare agli elettori, diverse per quelli del Nord e quelli del Sud. Nella prima insisterebbe sugli ampi poteri che la riforma della Cdl attribuisce agli enti locali. In quella per il Meridione punterebbe a spiegare la norma che definisce i settori dell'energia e del turismo di «interesse nazionale». Per Fini, An è «convintamente schierata per il si». Va bocciato Prodi, che ha dato «valenza politica» al referendum. Se il si vince, possibili miglioramenti del testo, soprattutto le scadenze del 2011 e del 2018. «Un bel si per mandare a casa Prodi», dice Brunetta, Fi. Una quarantina di docenti, di cui non si fa il nome, hanno promosso il «si», proponendo però modifiche alla riforma.