Buraglio, artista in continua ricerca in mostra al collegio Cairoli di Pavia
PAVIA.Difficile catalogare con gli usuali parametri con cui si usa ascrivere questo o quell'altro artista alla tal corrente o al tal movimento - seppur nella loro accezione più larga, dal momento che nulla è più fuori moda oggi, nell'arte, della definizione di «corrente» o «movimento», quasi che l'arte avesse irrimediabilmente perduto, oltre alla propria freschezza e alla propria verginità, anche l'antica capacità di creare naturali aggregazioni e di passar dalla teoria alla prassi - un artista enigmatico eppure assolutista e rigoroso come Pierre Buraglio (classe 1939), folle e lucidissimo poeta della malinconia esistenziale. Con una tecnica seducente, composita e ricca di continui e incessanti rimandi e riferimenti vuoi al dadaismo, al collage e all'assemblaggio di materiali poveri e insoliti, vuoi alla tradizione classica dei grandi maestri italiani e alla lezione del Veronese e del Caravaggio, Buraglio da sempre porta avanti il suo epos drammatico, all'apparenza accessibile, eppure, proprio per questo insidioso.
L'insidia si nasconde nel non avere, né forse cercare mai un centro, un fulcro portante, una prospettiva unica né, tutto sommato, uno stile univoco e definitivo. Eterno tormento e fatale malattia terminale d'ogni espressione artistica: essendo arte, la sua, di ricerca continua, di sperimentazione e di scavo interiore (senza alcuna concessione retorica al facile psicologismo da salotto televisivo). In Francia Buraglio è un nome importante, un artista che lavora con la nota galleria parigina Hoss, che nel 1990 decora la cappella di Saint-Symphorien nella chiesa di Saint Germani des Prés, che espone al Pompidou, al Musée d'Art Moderne de la Ville de Paris (sua città adottiva), al Musée d'Art Contemporain di Bordeaux, ma anche a Seoul a Tokyo e Chicago. In Italia partecipa a numerose collettive, mai però a una personale. Fino ad oggi perlomeno. È il Collegio Cairoli di Pavia che si aggiudica la sua presenza, con una bella mostra, una sorta di antologica curata da Luciano Ferro, che (sino al 16 giugno) raccoglie una quarantina di opere realizzate tra il 1960 e oggi. Un tuffo nella sua vita, nel suo percorso artistico. C'è un po' di tutto, dai collage fatti con i pacchetti di Gauloises senza filtro degli anni Settanta alle pagine de Le Monde scarabocchiate a matita colorata degli anni Ottanta. Dagli assemblaggi di materiali poveri (portiere di macchine, vetrate, legno, frammenti di cartelli della metropolitana di Parigi) ai disegni a matita degli anni Novanta, omaggio a grandi artisti del passato (Caravaggio, Veronese, Degas, Munch).
Fino agli ultimi lavori, dove ritorna con vigore alla pittura e all'olio, e con un segno netto e deciso ritrae se stesso, ma anche i paesaggi della Normandia, le spiagge e i bunker dove il padre, architetto, lavorava per la Ricostruzione. In mostra sono anche degli schizzi di Pavia, delle torri in particolare. Perché Buraglio, grazie alla compagna Dominique e all'amica Daniela Morani, ha imparato a conoscere questa città, e a innamorarsene. In fondo le sue origini sono italiane. I nonni paterni infatti erano lombardi, originari di Vergiate, e costretti a emigrare in Francia.
Chiara Argenteri