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NAPOLI. L'inchiesta Gea passa tutta a Roma, dell'ipotesi di falso in bilancio alla Juventus continua a occuparsi Torino, l'associazione per delinquere finalizzata alla truffa sportiva resta competenza dei magistrati partenopei. Una giornata di lavoro, il vertice delle procure che si occupano di «calciopoli», per arrivare a questa conclusione. E per rassicurare il mondo sportivo, tifosi, giocatori, società, arbitri: «Il campionato in corso non è toccato dalle inchieste» ha spiegato a chiare lettere il procuratore aggiunto Franco Roberti, coordinatore della Direzione distrettuale antimafia.
E poi fretta, tanta fretta per chiudere le indagini prima dei Mondiali di calcio e senza mettere le società in affanno per gli adempimenti prima del prossimo campionato.
Gli accertamenti procedono a passo di carica, il calendario è serrato. Domani la procura di Roma sente Marcello Lippi, all'inizio della prossima settimana quella di Napoli riprende con gli indagati, forse da Franco Carraro. Oggi i procuratori napoletani dovrebbero incontrare Guido Rossi e dargli tutti gli elementi per mettere in moto la giustizia sportiva. Nessun contatto, per ora con la Consob. Il destino delle società quotate non è nel mirino della magistratura. Calciopoli deve essere una parentesi, grave ma da chiudere in fretta per ridare fiducia al mondo dello sport.
Dal commissario straordinario della Federazione i magistrati si aspettano collaborazione. Garantiscono in cambio tempi brevi, anche se non intendono farsi influenzare dai tempi Uefa, poiché le «ragioni del procedimento penale prevalgono», ha detto Roberti. Chiara la scaletta del rapporto fra procuratori e Guido Rossi.
«Gli rappresenteremo - ha spiegato - le nostre risultanze per quanto di sua specifica competenza e concorderemo con il commissario straordinario anche i tempi di trasmissione degli atti alla Figc. Tempi che devono essere necessariamente brevi perché sappiamo bene che i tempi della giustizia sportiva sono molto ristretti. Penso sia questione di giorni».
Tutto bene, dunque? Non proprio. Il vertice delle procure, Napoli, Roma e Torino, non è stato proprio una bicchierata. La tensione, avvertita perfino dei giornalisti tenuti a bivaccare fuori dai cancelli, si è letta nel silenzio dei torinesi, all'uscita, e nelle poche parole dei romani. Cristina Palaia, che indaga con Luca Palamara, sulla società dei rampolli Geronzi e Moggi, ha pronunciato un significativo distingue: «Roma e Napoli si coordineranno, Torino ha partecipato».
Il significato è emerso più tardi, dalle parole dell'aggiunto Roberti. L'uomo è diplomatico, non ha voluto alzare i toni ma la posizione è stata ferma. Non c'è stata soluzione sulla «la verifica della questione di competenza per l'indagine archiviata del procuratore aggiunto della Repubblica di Torino, Guariniello, rispetto alla quale le tesi giuridiche si sono confrontate. Napoli ritiene di potere affermare la propria competenza territoriale. Noi andremo avanti con le nostre indagini fino alla loro definizione, che sarà sicuramente tra non molto tempo».
Nel dettaglio, ha spiegato Roberti, coadiuvato da Narducci, «Torino ha prospettato una possibile competenza coincidente con Napoli per quanto riguarda l'indagine, archiviata peraltro, condotta dal procuratore aggiunto Guariniello, e ripeto, archiviata. E' una questione giuridica che potrebbe essere eventualmente prospettata». Insomma, un conflitto di competenze di non facile soluzione se qualcuno vorrà sollevarlo.
Restano, comunque, molti punti ancora molto riservati dall'inchiesta, gemmata da quella sul calcio scommesse, in parte archiviata. Non è chiaro perché le intercettazioni, da ottobre 2004 a maggio 2005, siano state affidate al reparto operativo dei carabinieri di Roma e non a quello di Napoli. C'è chi adombra la possibilità del timore di una talpa in Campania, anche se nessuna fonte ufficiale è disposta ad ammettere l'ipotesi. Non è chiaro come si sostanzia l'ipotesi di reato dell'associazione per delinquere, se esistano prove materiali oltre che le intercettazioni. Dettagli che emergeranno a chiusura delle indagini.
Prove ne esistono, ha ricordato il procuratore aggiunto, come fino a quando un'inchiesta è aperta può esistere il rischio del loro inquinamento. Il che non significa arresti in vista, comunque, visto che Luciano Moggi si è presentato senza difficoltà e che, si presume, tutti gli altri indagati seguiranno la stessa linea di condotta.
Dall'interrogatorio del più illustre degli indagati, anzi, sarebbero emerse conferme all'impianto accusatorio che incoraggano i magistrati a sostenerlo. Non è detto, poi, che dalle intercettazioni non emergano nuovi elementi. Le conversazioni captate dei carabinieri sono migliaia, per migliaia di ore. Una parte, ha spiegato Roberti, «è ancora da valutare» anche se la porzione «più rilevante penalmente é stata sicuramente già esplorata».

dall'inviata Lucia Visca