«Trapianti di fegato senza crisi di rigetto»
PAVIA. Venti pazienti sono stati sottoposti a trapianto di fegato e non hanno bisogno di essere sottoposti a terapia antirigetto. La sperimentazione, la prima al mondo, è in atto all'Istituto di ricerca sul diabete dell'Università di Miami, in Florida. Il protocollo di ricerca, finanziato dal governo degli Stati Uniti, vede come direttore un italiano, Camillo Ricordi, che ieri era in Aula magna, protagonista numero uno al convegno internazionale sulle cellule staminali, che continua anche stamane e nel pomeriggio nell'Aula Burgio della Clinica pediatrica del San Matteo.
Il simposio è organizzato da Mario Viganò, Carlo Alberto Redi e Paolo Dionigi. «In Italia - dice Ricordi - nei trapianti di fegato, pancreas e isole siamo allo stesso livello degli Usa, abbiamo colmato il divario. Il team del San Raffaele di Milano ha raggiunto lo stesso nostro livello a Miami. Uguale successo ha ottenuto l'Ismett di Palermo. Adesso stiamo mettendo in piedi una federazione mondiale di istituti di ricerca sul diabete per creare sinergie nel trattamento».
«Cerchiamo di utilizzare - spiega Ricordi - cellule staminali ematopoietiche prelevate dal midollo osseo dello stesso donatore per trapianti d'organo o di cellule o di tessuti. Preleviamo re le cosiddette cellule CD34 positive, che sono le cellule progenitrici del midollo osseo, e le infondiamo insieme alle isole prelevate dal pancreas dello stesso donatore, con l'idea di cercare di rieducare il sistema immunitario del ricevente ad accettare organi, cellule o tessuti provenienti dallo stesso donatore del midollo».
«In tal modo si ecrca di eliminare - continua il luminare - il fabbisogno di terapia immunosopressiva antirigetto, necessaria quotidianamente nei pazienti trapiantati. Le infusioni di midollo sono state effettuate già in molti trapianti da organo. E già adesso l'agenzia nazione per la salute ha accettato di finanziare un nuovo progetto all'Università di Miami per cercare di studiare 20 pazienti che hanno ricevuto un trapianto di fegato con infusione di midollo osseo, che a tutt'oggi non sono più sottoposti a terapia antirigetto. Non sappiamo ancora quali siano i meccanismi grazie ai quali questi 20 pazienti siano riusciti ad eliminare completamente la terapia antirigetto, mentre altri 80 che avevano effettuato simili protocolli richiedono ancora gli immunospppressori».
«Adesso - continua Ricordi - stiamo compiendo i primi passi nel trapianto di cellule progenitrici del midollo osseo, prelevandole dallo stesso donatore. Abbiamo cominciato il dottor Alessiani ed io nei primi anni novanta con Starzl a Pittsburgh. Nella terapia del diabete, la necessità di usare farmaci antirigetto limita severamente l'applicazione clinica, perchè oggi possiamo offrire il trapianto di isole solo nei casi più gravi nel diabete di tipo primo, in soggetti che non riescono a compensare il diabete nonostante l'infiltrazione quotidiana di insulina».
Ricordi aggiunge che «c'è una collaborazione in atto tra trapianti d'organo e di cellule usando cellule staminali. Nel caso del diabete, si tratta di un doppio obiettivo: non solo ristabilire l'auto tolleranza verso il tessuto trapiantato, ma anche restaurare la tolleranza verso il paziente stesso, il cui sistema immunitario è sottoposto ad attacco. Un altro grosso obiettivo che perseguiamo è indurre tolleranza senza usare farmaci antirigetto. In tal modo si potranno sottoporre al protocollo milioni di pazienti, invece degli attuali meno di centomila negli Usa. A Miami operano due grossi gruppi, uno diretto da Luca Inverardi e da una professoressa svedese».
Allota avete trovato la cura definitiva per il diabete? «Noi - risponde Ricordi - non usiamo la parola cura, utilizzata troppo spesso e non con la dovuta precauzione, per non sollevare incaute speranze nei pazienti. Si può tuttavia dire che il progresso negli ultimi cinque anni è stato superiore a quello dei cinque anni precedenti. Prima del 2000 funzionava solo meno del 10% dei trapianti cellulari, mentre oggi nel diabete con il trapianto di isola si riesce a rendere i pazienti insulino-indipendenti nell'80% dei casi».
L'80% delle cellule trapiantate continuano a funzionare, ma con gli anni si riduce il numero di pazienti che riesce a fare a meno dell'insulina.