Siamo i tralci dell'unica vite
D a sempre Dio è il più premuroso e appassionato costruttore della nostra vita e della nostra salvezza, più di quanto noi non facciamo per noi stessi! «Il Padre mio - ebbe a dire Gesù - opera sempre e anch'io opero».
Dio si dà da fare; siamo noi che siamo una frana! Ma almeno una volta il Padre è rimasto soddisfatto, in un caso la sua vigna ha fatto uva buona: è il caso di Gesù, la vite che ha fatto frutti buoni e non ha deluso.
«Io sono la vera vite», afferma oggi Gesù. Vera anche perché, più profondamente, «tutto è stato creato per mezzo di lui e in vista di lui, egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui». Noi siamo come il prolungamento del Figlio Unigenito, quasi membra del suo Corpo: noi siamo i tralci dell'unica vite. «Io sono la vite, voi i tralci». I tralci non hanno vita da sé, né fecondità di frutti: sono vitali nella misura della connessione con la vite. «Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, cosi anche voi se non rimanete in me».
Far frutto significa realizzare di noi quello che il Padre ha realizzato nel Figlio, fare di noi per grazia quello che l'Unigenito è per natura, figli ed eredi, parte integrante di Casa Trinità. Tutto questo non per imitazione, indipendentemente dal Fratello maggiore, ma come da Lui, per la vitalità trasformante che ci deriva da Lui. In conclusione, dice Gesù, Dio sogna di farvi suoi, incominciando a farvi come me, parte di me: «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
Se questo è il quadro, tocca ora a noi corrispondervi. L'invito è a «rimanere» in Gesù: «Rimanete in me e io in voi». Anzitutto con l'accoglienza di fede della sua parola: «Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato». L'intimità scatta immediatamente. E' una parola che ci giudica e purifica, che chiede conversione: «Ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto». Ma vi è una dimora e una comunione a livello più profondo e personale, che si istaura attraverso l'Eucaristia: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue, dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, cosi anche colui che mangia di me, vivrà per me». Cioè: la pienezza di vita propria di Dio scorre fino a noi tramite Cristo.
E' quella presenza speciale di Gesù, attraverso il sacramento, che - sotto forma di alimento - si unisce a noi e trasforma la nostra umanità in divinità, porgendole tutta la fecondità che deriva dall'azione dello Spirito di Dio. Quello Spirito Santo che è la vera forza e la legge nuova che garantisce la vita al discepolo di Gesù. Difatti: «Senza di me non potete far nulla», è la sentenza dura di Gesù oggi. «Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie. Chi non rimane in me, viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano».
Infecondità e fallimento sul piano terreno e su quello eterno! E' una sfida alla nostra cultura cosi autosufficiente. Devo però aggiungere una cosa. La divinità di Cristo è la vetta più alta della fede cristiana. Avviene, nella scalata di questa vetta, come quando si sale sul monte Everest. I portatori, gli sherpa, ti possono accompagnare per un tratto, portando i tuoi bagagli fino alle falde; i grandi credenti del passato e di oggi ci possono facilitare il compito, ma l'ultimo tratto della salita, il «salto della fede», lo devi fare tu, da solo. «La fede nasce dalle radici del cuore», diceva S. Agostino. Solo dopo aver fatto il «salto in alto» della fede, l'orizzonte nuovo che ti si spalanca davanti ti dà la certezza e capisci l'affermazione dell'evangelista Giovanni: «Chi crede che Gesù è il Figlio di Dio, costui ha vinto il mondo».