«Che emozione, sarò super partes»


ROMA. «Bianca, Napolitano». 505 voti, Giorgio Napolitano è presidente della Repubblica e nell'aula di Montecitorio parte l'applauso. Piero Fassino alza le braccia al cielo, i pugni serrati, le agita come un centravanti che abbia fatto gol. Rutelli abbraccia Prodi, poi sale su, fino al banco di Fassino, baci e abbracci anche a lui. Baci e abbracci per Massimo D'Alema, i fotografi scattano a mitraglia. «Sarò il presidente di tutti, super partes», dirà Giorgio Napolitano. Ora non è in aula.
Applaudono anche nel centrodestra: An e Udc con decisione, tiepida Forza Italia, a braccia conserte resta la Lega. Ore 12.53, Fausto Bertinotti aspetta che l'applauso svanisca, poi riprende lo scrutinio. Si ferma con Napolitano che ha raggiunto 541 voti, ci sono tre schede accantonate, alla fine del conteggio per il neopresidente della Repubblica ci sono 543 voti, 3 in più di quelli della maggioranza.
Giorgio Napolitano è nel suo studio di Palazzo Giustiniani, ha seguito lo scrutinio in tv, con lui i collaboratori più stretti, come Gianni Cervetti, storico dirigente del Pci. Parte un applauso, alla proclamazione ufficiale, alle 13.13. Pochi secondi e suona il telefono. E' Carlo Azeglio Ciampi: «Congratulazioni». Anche D'Alema prova a chiamare il neopresidente, sul cellulare, ma Napolitano non riesce a rispondere.
Alla proclamazione dei risultati in aula c'è un nuovo applauso, parte qualche fischio da destra. Silvio Berlusconi non c'è, è già davanti alle telecamere a dire che si augura «che Napolitano sia imparziale». Fausto Bertinotti, autore di uno scrutinio lampo, con i nomi sparati a raffica, annuncia che, come prassi vuole, si recherà con Franco Marini, presidente del Senato, a comunicare la notizia a Napolitano. Poi rivolge gli auguri al neopresidente, «certi che assolverà questo incarico nell'interesse del popolo italiano, del Paese e della convivenza nella pace tra i popoli». Non pronuncia la parola Italia, tanto basta per scatenare una gazzarra dai banchi di An: «Il Paese si chiama Italia», urla Ignazio La Russa. «Italia, Italia», ritma come allo stadio Marco Zacchera. «Vorrei assicurare ad ogni presente in questa assemblea che non sfugge al presidente della Camera che il nostro Paese è l'Italia, è la Repubblica italiana fondata sulla Costituzione repubblicana», risponde pacato Bertinotti.
Napolitano riceve la notizia ufficiale della sua elezione nella sala di Palazzo Giustiniani affrescata da Federico Zuccari. Mancano cinque minuti alle 14. «Grazie, grazie a voi tutti. Spero di avere le forze sufficienti», dice Napolitano, poi stringe le mani dei presidenti di Camera e Senato e le alza in alto, come i vincitori sul ring.
Il telefono del piccolo studio di Napolitano suona continuamente. Il secondo a chiamare è stato Maurizio Valenzi, sindaco comunista di Napoli dal 1975 al 1983. A casa, in vicolo dei Serpenti, rione Monti, due passi dalla Banca d'Italia, quattro dal Quirinale, stanno già arrivando telegrammi e doni. Un mazzo di rose bianche inviate da Livia Turco, sei bottiglie di prosecco che Enzo Biagi ha spedito con un augurio: «Propongo un brindisi al Presidente di tutti gli italiani».
«E' un giorno molto importante per il Paese. Sono molto emozionato», dice Bertinotti uscendo da Palazzo Giustiniani. Si dice «emozionato» anche Napolitano. Esce poco dopo le 14, la folla, davanti al Senato, lo applaude.
Le campane di Stromboli, dove ha una casa e va in vacanza da anni, hanno suonato a festa. A Napoli la gente ha fatto festa e il terno dell'elezione (32-47-57) è il più giocato.
Intanto a Montecitorio è partita l'analisi del voto. C'è stato o no il travaso dal centrodestra al centrosinistra? «Almeno una decina», dicono nel centrosinistra. E argomentano: «Napolitano ha preso 543 voti, il centrosinistra sulla carta disponeva di 540 consensi. I due presidenti non votano per consuetudine e due rappresentanti erano indisposti. Poi ci sono stati voti dispersi a sinistra (Amato, Strada, per esempio)».
Alla fine lo scrutinio completo dà 543 voti a Napolitano, 42 a Bossi, 10 a D'Alema, 7 a Ferrara, 6 Letta, 5 Berlusconi, 3 Pininfarina. Tre voti vanno al sindaco di Trieste Roberto Di Piazza.
8 gli altri voti dispersi (Assunta Almirante, Salvo Sottile, portavoce di Fini, Fini, Mirko Tremaglia, Piero Mazzola, Moggi, Mario Monti, Ciampi). 347 le schede bianche, 14 le nulle fra cui un voto a Sergio Ramelli, giovane di destra ucciso a Milano nel 1975.
«Nel centrodestra han votato correndo come bersaglieri», commenta Romano Prodi. Per dimostrare che votavano scheda bianca i grandi elettori dovevano entrare e uscire dai «catafalchi», senza fermarsi. A controllare Antonio Leone e Mario Landolfi, deputati di Forza Italia e An.

Alessandro Cecioni