La lezione di Segre e Sanvitale

Uno degli incontri del ciclo «Conversazioni filosofiche» si è tenuto di recente qui a Pavia, in Santa Maria Gualtieri, e ha avuto come eccezionali protagonisti Cesare Segre e Francesca Sanvitale. Il grande filologo che è stato fraterno amico di Eugenio Montale e di Maria Corti, nonché docente per lunghi anni all'Università di Pavia, e la celebre, raffinata scrittrice e saggista, hanno dialogato sapientemente per due ore di letteratura declinata al femminile. Introdotti dalla giovane, comune amica Clelia Martignoni, hanno saputo irradiare, attraverso il connubio che illumina le loro straordinarie personalità, la lux interior che li ravviva, sull'uditorio convenuto, attentissimo e partecipe.
La bellezza dell'espressione, in loro, riesce ad individualizzare l'idea e serve per chi ascolta a misurare la profondità degli animi in cui è stata elaborata, la «felicità mentale» di cui parlava Maria Corti.
Se esistesse ancora il salotto della contessa Maffei, fucina di cultura, e la Sanvitale e Segre aspettassero nell'ingresso, sarebbe la stessa nobildonna ad introdurli tendendo le braccia, con le stesse parole che rivolse ad Honoré de Balzac, la prima volta che le fece visita: «Avancez, j'adore le génie».
Può sembrare arbitrario, ingiustamente riduttivo citare un brano delle loro opere, ma può servire come infinitesimale saggio della loro libertas philosophandi, della loro arte, per chi ancora non dovesse conoscerla:
«Vorrei essere capace di analizzare le varietà del silenzio e come da esso si liberino buone energie e buone immagini; oppure come diventi la porta aperta dalla quale passa in vortice un accumulo smodato, intollerabile di paure, ricordi, morti e soprattutto dolore. E i cerchi si allargano, includono persino le tragedie del mondo. E' la vita che gira su se stessa sempre più rapidamente. L'ho già detto: la vecchiaia è uno dei mastodontici portoni di accesso attraverso i quali l'ansia, il dolore e il loro corteo arrivano, si manifestano, esigono ascolto, vogliono cambiamenti, premono persino dolcemente sulla nostra schiena sulla nostra faccia. Ci condannano. Non è come si crede: non ci condannano alla morte, bensi a vivere un carosello di emozioni troppo delicate o troppo violente, sentimenti a un diapason inutile». (Francesca Sanvitale - L'ultima casa prima del bosco).
«Mi accorsi presto che il carattere di ognuno è il risultato di spinte e controspinte che possono facilmente mutarlo; che la psiche si dibatte in sotterranei bui di cui tutti ignorano la pianta anche perché questa continua a trasformarsi; che chi è più consapevole di sé tende a compattarsi entro una personalità di cui possa sentirsi responsabile. L'anima resta un'aspirazione; se esistesse, sarebbe una massa informe di frammenti». (Cesare Segre - Per curiosità).
Loris Dalla MarigaPavia