Nepal: la polizia spara sulla folla, 150 feriti
KATHMANDU.È finita nel sangue la rivolta popolare che da oltre due settimane infiamma il Nepal. Ieri mattina la polizia ha aperto il fuoco contro i dimostranti scesi in centomila lungo le strade della capitale, decisi a sfidare il coprifuoco imposto dalle autorità e a marciare verso il palazzo reale. Almeno centocinquanta persone sono rimaste ferite nel lancio di lacrimogeni. Gli assembramenti nel centro di Kathmandu erano inziati in maniera pacifica poco prima di mezzogiorno, ora di entrata in vigore del coprifuoco. Poi le strade sorvegliate dai blindati si sono riempite di bandiere maoiste. Un tam tam irrefrenabile che nemmeno il black out delle comunicazioni cellulari, deciso per boicottare gli organizzatori della protesta, è riuscito a fermare. La folla è cresciuta a dismisura e quella che ad alcuni turisti occidenteli era sembrata «una processione» si è trasformata in pochi minuti in un'onda umana incontenibile. Migliaia di militanti sono sbucati dalle vie del quartiere Thamel, l'area turistica nel cuore della città, e al grido di «vogliamo la democrazia», «vogliamo la repubblica» è cominciata la marcia verso il palazzo di re Gyanendra, il contestato monarca, sorvegliato dagli elicotteri in volo.
La decisione di sparare per disperdere la folla è stata presa quando il corteo si è fatto troppo vicino al palazzo, distante meno di un chilometro. La polizia in assetto antisommossa ha sbarrato le strade e ha aperto il fuoco con armi automatiche in due diversi punti del quartiere. Alla sparatoria è seguito un fitto lancio di lacrimogeni e un lungo scontro fra polizotti e manifestanti brutalmente picchiati. Poi la ressa della fuga. Nel primo pomeriggio, fra spazzature incendiate e strade devastate, la pioggia torrenziale che si è abbattuta sulla città himalayana ha contribuito a interrompere gli scontri.
Negli ospedali, secondo le agenzie di stampa, sono arrivati più di centocinquanta feriti, almeno dodici in gravi condizioni. Un bilancio pesante al quale vanno sommati i quattordici morti e i molti feriti dei giorni precedenti.
Ad innescare il corteo di ieri, sedicesimo giorno di protesta, le vaghe promesse di re Gyanendra sul ritorno del potere esecutivo nelle mani del popolo, con l'invito a formare un governo e a nominare un premier lanciato in tv nella serata di venerdi. «Aperture senza senso», «parole indecenti», «proclama vergognoso», ha replicato all'unisono l'Alleanza dei sette partiti di opposizione respingendo al mittente l'offerta reale. (n.a.)