Ma per Berlusconi il voto non vale
ROMA. «Siamo i vincitori morali, politici. Non credo che questi signori riusciranno a governare. Loro saranno solo una parentesi». Silvio Berlusconi vola a Trieste per sostenere i candidati della Cdl alle elezioni amministrative e davanti ai 5mila fedelissimi che lo acclamano, annuncia stizzito: «Non ho fatto e non farò nessuna telefonata al signor Prodi perché dovrei fargli gli auguri di buon governo, ma sarebbe contro gli interessi del paese». Comunica però che si dimmetterà dopo il 28 aprile, giorno di apertura del nuovo Parlamento, «quando me lo dirà lui» (Ciampi). Fatta la precisazione, il Cavaliere torna a contestare la regolarità del voto, promette ostruzionismo duro in Parlamento e minaccia rappresaglie in punta di diritto.
«Senza il nostro accordo in Senato non potrà passare neanche un solo provvedimento. Sfrutteremo tutti i regolamenti parlamentari per renderli inoffensivi e non consentirgli di fare scempio di tutte le riforme che abbiamo fatto». Gli attacchi che partono da Trieste preoccupano i vertici dell'Ulivo per i quali Berlusconi non vuole un vero dialogo con Prodi ma cerca solo di delegittimare gli avversari: «Che l'opposizione svolga la sua funzione è una prassi fisiologica in ogni sistema democratico. Altra cosa» precisasno Fabrizio Mori e Renzo Lusetti «è alimentare, come fa Berlusconi, con minacce ed accuse prive di qualsiasi riscontro, una pericolosa tensione istituzionale che avvelena il clima sociale».
Contestato da un gruppo di ragazzi che srotola un piccolo striscione con scritto «L'importante non è vincere, ma partecipare - Go home» (vai a casa, in inglese), il Cavaliere annuncia che sarà accantonata l'idea di ricorrere al Tar contro il giudizio della Cassazione ma non nasconde il suo rammarico per l'esito del voto: «Nel cuore c'è una ferita, l'esito non è stato quello che volevamo, ma siamo la prima coalizione d'Italia». Un voto che per il leader della Cdl sarebbe stato falsato dalle «troppe irregolarità» che hanno reso possibile la vittoria dell'Unione. «Quel voto bisognerebbe annullarlo ma non abbiamo speranza perché sappiamo la magistratura da che parte pende» dice il premier, che questa volta non se la prende con i soliti Pm della Procura di Milano ma con i giudici della suprema Corte. Poi, galvanizzato dai cori da stadio, Berlusconi ammette candidamente che il giorno del voto Giusepe Pisanu lo ha raggiunto per comunicargli che la Casa delle libertà era in vantaggio alla Camera: «Il ministro degli Interni venne da me e mi disse che alla Camera eravamo in vantaggio per centomila voti. Poi, c'è stato qualcosa che non ha avuto spiegazione».
Cosa è accaduto? La risposta non arriva ma l'accusa resta e le conseguenze, avverte il premier, si vedranno in Parlamento. «Ogni mattina quando prenderemo la parola ricorderemo a questa maggioranza che non è una vera maggioranza nel paese, che pende su di loro l'ombra di elezioni che noi non consideriamo regolari» rincara Berlusconi, per il quale è la sinistra che dovrebbe chiedere il controllo del voto: «Quando ci sono 220.000 voti in meno nel paese, se questa parte politica fosse sicura del suo successo dovrebbe per prima chiedere una nuova verifica del voto». Anomalie che spingono il Cavaliere a chiedere l'intervento di una «ente terzo e paritetico» che effettui le verifiche sulle schede annullate e accerti la corrispondenza tra i verbali e i registri dei voti. La Corte Costituzionale non è un ente terzo? Anche in questo caso la risposta non arriva ma è evidente che per il Cavaliere la partita non è chiusa.
La giornata si apre con una intervista al Piccolo di Trieste con la quale Berlusconi accusa l'Unione di voler trasformare il Qurinale in merce di scambio: «Una istituzione di garanzia non dovrebbe essere oggetto di mercanteggiamento tra partiti. Un suk che, invece, la sinistra ha già aperto».