D'Alema e Fassino: pronti a votare Bertinotti
ROMA. «Se Prodi dice Bertinotti lo voteremo, anche se la candidatura di Rifondazione, pur legittima, divide». Sono da poco passate le 19,40 quando Massimo D'Alema lascia, scuro in volto, piazza Santi Apostoli, reduce da un faccia a faccia con il Professore.
Faccia a faccia che potrebbe aver chiuso il braccio di ferro tra Ds e Rifondazione sulla presidenza della Camera. L'incontro inizialmente fissato per oggi è stato anticipato perché il presidente Ds, stufo di stare sulla graticola e sui giornali, ha chiesto di chiudere il prima possibile la partita per uscire da una situazione «incresciosa». «Noi non avevamo nessuna intenzione di creare una situazione cosi», spiega ancora D'Alema, lasciando la sede dell'Unione, abbiamo posto il problema della rappresentanza istituzionale per la maggiore forza della coalizione, i Ds, non la mia candidatura. «La questione deve comporsi oggi» aveva però dichiarato in mattinata Nicola La Torre senatore di stretta fede dalemiana, definendo D'Alema come «il candidato naturale». Mentre dal canto suo Vannino Chiti faceva sapere che lo schema politico prevedeva Massimo D'Alema e Franco Marini e se saltava D'Alema saltava tutto. Tesi poi confermata di fatto da Rutelli, secondo il quale «Bertinotti sarebbe un buon presidente della Camera, ma nel momento in cui i Ds indicano una figura come D'Alema questa scelta va non solo rispettata ma anche accolta».
La questione era stata oggetto anche di una riunione tra presidente e segretario diessino, in vista del colloquio con il futuro leader. «Tra me e il segretario c'è una assoluta identità di vedute, del resto questa non è una mia proposta ma è del segretario e se lui la ritira la proposta non c'è più», aveva detto D'Alema lasciando il Botteghino, dopo aver ricevuto da Fassino un regalo per il suo cinquantasettesimo compleanno. Ai cronisti che lo interrogano sulla sua eventuale corsa per il Quirinale, il presidente Ds replica: «Il Qurinale è un bene indisponibile che non può essere lottizzato dai partiti».
Se il presidente mostra distacco tra i dalemiani la tensione è altissima. Nel mirino ci sono il segretario del partito Piero Fassino, accusato di non aver gestito bene la partita e ora in difficoltà in vista del futuro congresso, e Arturo Parisi. La velina rossa, agenzia molto vicina al presidente Ds, attacca pesantemente, senza però mai citarlo, Parisi, accusandolo addirittura di aver fatto telefonate ai giornali per sponsorizzare la candidatura di Bertinotti. Pasquale Laurito, il direttore, insieme manda un messaggio a chi (Francesco Rutelli?) opponendosi alla lista unica al Senato non ha consentito la vittoria che si sperava. «Il problema delle presidenze riguarda tutta la coalizione», dichiara poco dopo Rutelli al termine della direzione del suo partito. E aggiunge: «Voglio sottolineare che due candidature come quelle di Marini al Senato e D'Alema alla Camera sono assolutamente in grado di raccogliere i voti non solo del centrosinistra ma anche oltre». Il presidente della Margherita infine rinvia la grana con Rifondazione e Ds a Romano Prodi, certo che sarà in grado di trovare una soluzione. A sbloccare la situazione arriva infine una lettera di Piero Fassino al professore con la quale lo invita «ad assumere un'iniziativa che consenta alla nostra alleanza di trovare quella coesione e quella solidarietà indispensabili per approdare alle soluzioni politiche e istituzionali».
«Accetteremo qualsiasi decisione vorrà assumere Romano Prodi», assicura ancora D'Alema. Nel corso del colloquio il presidente Ds avrebbe nuovamente rifiutato la candidatura alla Farnesina e avrebbe ripetuto al professore quanto dichiarato ai giornalisti sulla sua eventuale candidatura al Qurinale, liquidando come elucubrazioni le indicrezioni del Corsera sulla sua corsa per il Colle.