«E Ratzinger rinunciò allo scettro» Cosi Marini spiega la nuova liturgia


PAVIA. «Non più imperatore nè re, ma servitore del Popolo di Dio: è l'immagine che ha dato di sè Papa Benedetto XVI con la riforma delle celebrazioni liturgiche vaticane attuata a partire dal suo insediamento, nella Pasqua 2005». A tracciare un primo bilancio del pontificato di Joseph Ratzinger, a un anno dal suo insediamento, è monsignor Piero Marini, l'arcivescovo pavese di Valverde, da decenni maestro delle cerimonie liturgiche pontificie.
Lo fa in un libro di grande attualità per la Chiesa, dal titolo 'Liturgia e bellezza, nobilis pulchritudo", edito dal Vaticano e presentato recentemente all'Università Cattolica di Milano a un incontro in cui era presente la delegazione della sezione pavese dell'Associazione Ludovico Necchi tra i laureati della Cattolica, con il presidente Giancarlo Ferrari, il past president Emanuele Gallotti con la figlia Sara e Antonio Prisco. Tra i protagonisti era Alessandro Schiavi, presidente della sezione di Scienze della formazione della 'Necchi", cugino di monsignor Marini e originario di Sant'Albano in Oltrepo.
Il volume riflette in qualche modo i 40 anni di attività svolta da monsignor Marini a Roma presso la Santa Sede sotto l'ombra di San Pietro. Di fatto la prima parte del volume riflette l'esperienza di 22 anni di attività prima nel Consilium ad exsequendam de Sacra Liturgia e poi nella Congregazione per il Culto Divino. La seconda parte del volume, legato alla riforma della liturgia pontificia, esprime piuttosto l'esperienza di responsabile delle celebrazioni del Santo Padre dal 1987 ad oggi, sotto il pontificato di Giovanni Paolo II.
«Conservo indimenticabile - scrive l'arcivescovo Marini - il ricordo del servizio prestato durante il pontificato di Papa Paolo VI negli anni creativi della riforma liturgica dal 1965 al 1975. Conservo il ricordo delle celebrazioni e dei viaggi condivisi con il Papa Giovanni Paolo II in Italia e nel mondo. Infine è ancora viva in me l'emozione dell'inizio del Ministero Petrino di Benedetto XVI».
«Il volume - continua l'arcivescovo - è, dunque in qualche modo, il risultato di una esperienza. Ma il volume vuole essere anche invito rivolto a tutti i credenti a fare esperienza viva della liturgia del Concilio La bellezza della liturgia esige sempre qualche rinuncia da parte nostra: rinuncia alla banalità, alla fantasia, al capriccio. Alla liturgia, inoltre, bisogna dare il tempo e lo spazio di cui ha bisogno. Non bisogna avere fretta. Più che alla nostra iniziativa bisogna lasciare a Dio la libertà di parlarci e di raggiungerci attraverso la parola, la preghiera, i gesti, la musica, il canto, la luce, l'incenso, i profumi. La liturgia, come una composizione musicale, ha bisogno di spazio, di tempo e di silenzio, del distacco da noi stessi, perché le parole, i gesti e i segnipossanao parlarci di Dio».
Monsignor Piero Marini è nato nel 1942 a Valverde. Arcivescovo di Martirano e maestro delle Cerimonie Liturgiche Pontificie, è occupato a Roma dall'età di 23 anni. Ha seguito i lavori del Concilio Vaticano II negli ultimi tre mesi. Da sempre è impegnato nella Liturgia la cui riforma è stata realizzata grazie all'attività di una commissione internazionale di esperti, non tanto dalla Curia Romana che non avrebbe a tutt'oggi fatto niente.
«Papa Paolo VI (1963-1978) - scrive monsignor Marini - fu l'ultimo Pontefice ad essere incoronato con la tiara. Il Papa infatti rinunciò a questo segno del potere per far emergere con più evidenza il 'servizio" che il successore di Pietro è chiamato a svolgere sull'esempio del Signore Gesù 'che non è venuto ad essere servito ma a servire e dare la propria vita in riscatto di molti" (Mt 20, 28). Nel 1964 la tiara, per desiderio del Pontefice, venne venduta e il ricavato dato ai poveri. Essa è oggi conservata nel tesoro della basilica dell'Immacolata Concezione a Washington... L'iniziativa di un Pontefice ha aggiornato, nello spirito del Concilio Vaticano II, l'uso di un copricapo, la tiara, diventata per alcuni secoli espressione e segno di un potere papale religioso e temporale insieme, oggi felicemente superato. La tiara, divenuta oggetto da museo e lasciato il posto alla mitra più adatta ad esprimere non il potere ma il servizio episcopale, parla oggi della necessità di una Chiesa in continua purificazione dalle tentazioni terrene per risplendere nel mondo unicamente come segno del potere dello Spirito. In questa linea sono da comprendere la riforma del Pallio del Pastore e dell'Anello del Pescatore attuata nel 2005 con l'inizio del Ministero Petrino di Papa Benedetto XVI».
«Per comprendere il cambiamento introdotto da Paolo VI - scrive ancora l'arcivescovo Marini nel suo volume - è sufficiente fare un esempio: l'ingresso del Sommo Pontefice nelle celebrazioni papali. Fino al Concilio, il Papa, per le grandi solennità, entrava nella basilica di san Pietro al suono delle trombe d'argento, indossando la tiara, i guanti, le scarpe del colore della liturgia, portato a spalle dal gruppo dei sediari, attorniato dai flabelli e da un nugolo variopinto di persone, laici e prelati, ciascuno con il proprio abito ufficiale, in rappresentanza della nobiltà, del patriziato romano, dei vari corpi di guardia e di altri dignitari della corte pontificia. Si trattava di un ingresso solenne che dava del Papa l'idea di un principe di questo mondo circondato dalla propria corte. A partire dal Concilio Vaticano II siamo abituati a vedere il Papa che partecipa alla processione di ingresso nella basilica vaticana, vestito come i Vescovi della Chiesa cattolica, senza l'apparato di elementi non strettamente religiosi e senza i segni della signoria temporale, circondato non dalle persone della corte papale ma dai concelebranti e dai ministri che svolgono un ruolo nella celebrazione dei riti».

Sisto Capra