Arrestato Ricucci, accusa di aggiotaggio
ROMA. Stefano Ricucci da ieri pomeriggio è a Regina Coeli, arrestato con l'accusa di aggiotaggio su richiesta della procura di Roma. Stava tentando di far lievitare i prezzi delle azioni Rcs, sostiene l'accusa, nella speranza di rientrare dal debito contratto con la Bpi per acquistare il 14 per cento del gruppo editoriale.
Con lui in carcera altre tre persone accusate di averlo tenuto aggiornato sullo stato delle indagini: un sottufficiale della Guardia di Finanza, Luigi Lecchese, un ex colonnello dell'Esercito, Vincenzo Tavano, e un piccolo imprenditore edile.
A chiedere gli arresti i magistrati Giuseppe Cascini e Rodolfo Sabelli, del pool reati finanziari di Achille Toro, che indagano sulla scalata estiva al Corriere della Sera che avrebbero voluto in manette anche Luigi Gargiulo, il numero due della Magiste, la società di Ricucci, comunque coinvolto nell'inchiesta. Il giudice delle indagini preliminari Orlando Villoni ha però separato la posizione di Gargiulo da quella di Ricucci, ordinando l'arresto di quest'ultimo per il pericolo di reiterazione di reato. In pratica Ricucci, già indagato per aggiotaggio, è sospettato di aver messo in piedi nuove manovre per modificare il naturale andamento dei mercati finanziari.
Per comprendere che cosa aveva architettato Stefano Ricucci, secondo i magistrati, bisogna fare un passo indietro e riandare all'estate scorsa. La scalata di Rcs fu possibile per Ricucci solo grazie a un finanziamento di 692 milioni di euro senza garanzie ottenuto dalla Banca Popolare Italiana. Quando Gianpiero Fiorani venne arrestato dai magistrati milanesi e saltò fuori la sua disinvolta gestione della banca, le azioni di Ricucci (il 14,7 per cento della Rcs) vennero, come si dice, «escusse» ossia tenute in garanzia del suo debito. Adesso si avvicinava il momento di pagare. Già ieri era in programma un incontro fra la Magiste e la Bpi. Era slittato a oggi, data del consiglio d'amministrazione della banca durante il quale il nuovo amministratore delegato Divo Gronchi avrebbe chiesto il mandato a chiudere la partita con Ricucci. Si era anche sparsa la voce, nel pomeriggio di ieri, di un interesse della famiglia Toti, gli immobiliaristi proprietari del gruppo Lamaro, per una quota della Rcs. Grandi manovre, insomma, che hanno spinto i magistrati a intervenire.
Era successo, nel frattempo, che Stefano Ricucci, sostiene l'accusa, aveva creato due società fittizie in trattativa con altrettanti gruppi bancari, uno americano e uno olandese. Da questi le società avrebbero ottenuto liquidità per acquistare azioni Rcs. Subito dopo avrebbero dovuto dichiarare al mercato di aver acquistato a un prezzo superiore a quello reale. La conseguenza sarebbe stata una lievitazione del prezzo di borsa per riportare il valore del titolo sopra i 5 euro, prezzo medio al quale aveva acquistato Ricucci durante l'estate. Ieri, per capirsi, in Piazza Affari, azione Rcs valeva 4,41 euro.
Stefano Ricucci potrà fornire la propria versione dei fatti domani, quando verrà interrogato in carcere. I magistrati, secondo l'ordinanza del gip, potranno chiedergli conto soltanto dell'aggiotaggio. Per le altre accuse, false fatturazioni e occultamento della contabilità, il giudice delle indagini preliminari non ha concesso l'arresto poiché non c'è pericolo che il reato si ripeta. Le indagini però continuano e riguardano sia l'affare del palazzo per la Confcommercio (nell'inchiesta è coinvolto anche Sergio Billé) sia la montagna di documenti trovati nelle cantine della casa della famiglia Ricucci a Zagarolo.
Saranno interrogati nei prossimi giorni anche i tre arrestati con l'accusa di rivelazione di segreto d'ufficio. I tre avrebbero messo in piedi una specie di catena di Sant'Antonio per tenere informato Ricucci delle mosse della Procura. Lo proverebbero delle intercettazioni.