Obiettivo: infiammare il Medio Oriente e provocare Tel Aviv
L'attentato di Tel Aviv rischia di infiammare il Medioriente. Mentre Hamas, giunto al governo, sembrava intenzionato, se non a riconoscere Israele, almeno a prolungare l'hudna, la tregua unilaterale che rispetta già da un anno, la Jihad islamica invade pesantemente il campo. Inviando i suoi shahid a seminare morte in Israele nel giorno in cui si insedia la nuova Knesset, la Jihad, che ha boicottato il processo elettorale e inneggia alla lotta armata come unica strategia praticabile contro «l'entità sionista», determina l'agenda politica della partita in corso. Cercando di indurre Israele a una reazione militare che radicalizzi la situazione. Mostrando le contraddizioni politiche di Hamas, stretto tra la sua dimensione di partito di lotta e di governo. Dimensione che lascia un vuoto sul fronte armato che le due organizzazioni concorrenti, Jihad e Brigate al Aqsa, intendono colmare rapidamente.
Una sfida seria per Hamas, almeno sino a ieri dibattuta tra il puntare alla «calma in cambio di calma» per consentire il radicamento della sua esperienza di governo e l'avvio di una campagna di reislamizzazione della società palestinese, oppure andare allo scontro frontale con Israele. Anche perché la Jihad di Ramadan Shallah non è solo il temibile, ma ridotto, gruppo militarista che per primo ha inaugurato, negli anni Novanta, la tecnica degli attentati suicidi nelle città israeliane, inducendo Hamas a seguirlo sullo stesso terreno; non è solo la formazione responsabile degli ultimi sei attacchi in Israele da quando è stata proclamata l'hudna. La Jihad è, soprattutto, un'organizzazione legata all'Iran.
In particolare ai Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione, potente braccio armato dei duri e puri del regime di Teheran. Quel regime che annuncia ora di voler donare 50 milioni di dollari al nuovo governo palestinese di Haniyeh, nel tentativo di tamponare la grave crisi finanziaria provocata dal blocco dei finanziamenti all'Anp da parte di Usa e Ue, decisi a costringere Hamas a riconoscere Israele o determinarne la rovina politica.
Un aiuto, quello iraniano, che, al di là dell'ammontare della somma offerta, largamente al di sotto delle esigenze palestinesi, intende mostrare ai paesi islamici, indecisi tra solidarietà formale alla causa di «Al Quds» e la fedeltà al sistema di alleanze, quale sia la strada da imboccare. Un condizionamento, quello derivante dal sostegno finanziario di Teheran, che pesa politicamente.
Cosi mentre il presidente Abu Mazen definisce quello di Tel Aviv un atto di terrorismo, Hamas parla di atto di 'legittima difesa" contro «l'occupazione israeliana e i suoi crimini».
Se cercasse di neutralizzare i gruppi ostili alla tregua Hamas perderebbe credito non solo tra i suoi sostenitori più radicali ma ora anche tra i suoi nuovi sponsor finanziari. Anche se, giustificando l'attentato, espone i palestinesi alle annunciate rappresaglie di Israele. Per Olmert il governo di Haniyeh è oggettivamente responsabile di quanto avviene nel suo territorio. Per cementare la nuova coalizione di governo in formazione e non mostrarsi debole davanti a un elettorato che ha ribadito la sua fiducia in Kadima nonostante l'uscita di scena di Sharon, il premier israeliano non potrà che ordinare una dura reazione.
Una fiammata, quella provocata dal giovanissimo Sami Salim Hammed, che alimenta uno scenario già in fibrillazione per la tensione sul fronte iraniano e dove tutto, più che qualche mese fa, è drammaticamente connesso.