Berlusconi insiste: è pareggio, serve un'intesa

ROMA. Altro che riconoscere la sconfitta. Berlusconi non ci sta a restar fuori dalla stanza dei bottoni, e rilancia un governo di larghe intese. Un'ipotesi subito bocciata come «irricevibile» da Massimo D'Alema. Proprio colui, cioè, che pure ieri aveva provato ad avviare nuove prove di dialogo. «L'altolà» più perentorio a Berlusconi, quasi un preavviso di rottura, arriva però dalla Lega. E' «sconcertante», dice Roberto Castelli, «cosi distrugge la Casa delle libertà».
Poco dopo Bonaiuti assicura che Berlusconi ne aveva parlato con Bossi. Ma il Cavaliere incassa intanto anche il «no» di An, firmato da Maurizio Gasparri: «Non credo a larghe intese seppure limitate nel tempo».
Eppure la giornata era cominciata con la mano tesa di D'Alema. Berlusconi abbassi i toni, aveva detto in un'intervista al «Corriere della Sera», telefoni a Prodi per riconoscere la vittoria del centrosinistra e si potrà riallacciare il dialogo, a cominciare dall'elezione del nuovo presidente della Repubblica. Uno spiraglio in cui la Casa delle libertà si infila immediatamente per poi provare ad allargare la breccia. Tanto che Berlusconi stesso, attraverso una lettera al «Corriere», risponde rilanciando la sua proposta di un governo che coinvolga entrambe le coalizioni.
Non ci sono «né vincitori né vinti», ripete infatti ostinato il Cavaliere. Dunque «il senso di responsabilità impone una riflessione». Per Berlusconi è Prodi che sta cercando una «prova di forza», mentre sarebbe necessario pensare a «soluzioni nuove». E propone «un'intesa parziale, e limitata nel tempo, per affrontare le immediate scadenze istituzionali, economiche ed internazionali del Paese». Insomma un governo di larghe intese, che gli permetta comunque di non restare del tutto fuori dai centri di potere.
A gelare Berlusconi, e a spegnere contemporaneamente malumori e incomprensioni nascenti all'interno dell'Unione, è però lo stesso D'Alema. «Dispiace», sostiene il presidente Ds, che il Cavaliere, invece di cogliere il mio invito, che era innanzitutto quello a riconoscere il risultato elettorale e il diritto di Prodi a governare, «ritenga invece di rilanciare una irricevibile proposta di governissimo per la quale mancano le condizioni politiche e programmatiche».
Parole chiare e nette. Che raffreddano anche la fibrillazione che l'intervista della mattina aveva acceso nel centrosinistra grazie anche alla interpretazione maliziosamente estensiva della Casa delle libertà. Per Bondi e compagnia l'intervento di D'Alema equivaleva infatti all'ammissione dell'impossibilità di governare da parte del centrosinistra.
Lo stesso Prodi è cosi intervenuto per precisare che c'è «perfetta sintonia» con D'Alema. E che le posizioni del presidente della Quercia corrispondono con quanto lui stesso aveva ripetuto in campagna elettorale e cioè che «bisogna unire l'Italia». «Dobbiamo farlo con il dialogo - sottolinea il Professore - confrontandoci con tutti quanti rappresentano il Paese e, dunque, anche con i partiti della destra. Questo confronto - conclude Prodi - dovrà avvenire innanzitutto in occasione della nomina del nuovo capo dello Stato». Ma per quel che riguarda le presidenze di Camera e Senato, il Professore ribadisce: saranno guidate da due esponenti del centrosinistra «cosi come fece il centrodestra nel 2001».
In precedenza non erano mancati segni di inquietutidine, se non di fastidio, all'interno dell'Unione. La disponibilità al dialogo «è ovvia e scontata», sottolineava ad esempio Willer Bordon, a meno che «non si tratti di una mossa». E proponendo il «metodo Ciampi», per quanto riguarda le elezioni per il Quirinale, D'Alema «sfonda una porta aperta». A patto, aggiungeva però l'esponente della Margherita, «di non confondere i piani: il dialogo è necessario, ma no ai pasticci, alla grande coalizione».
E Silvio Sircana, il portavoce di Prodi, aveva sottolineato che per quanto riguarda la necessità del dialogo, il Professore «lo ha detto, forse in modo più chiaro di D'Alema». Mentre Franco Giordano di Rifondazione ha sottolineato che spetta comunque all'Unione di indicare un nome per il Quirinale. Riconoscimenti al presidente Ds sono cosi arrivati soprattutto dalla Cdl: «Da D'Alema c'è stato il primo tentativo di uscire dal fortino - ha commentato Marco Follini - l'ho apprezzato».