L'urlo della folla in piazza «Bastardo assassino»

PALERMO.«Bastardo, infame, assassino», urla la gente, soprattutto ragazzi, mentre Bernando Provenzano varca il portone della caserma Boris Giuliano della Polizia di Stato. In realtà, i più vedono soltanto una Land Rover grigio metallizzato seguita da sette auto di scorta. Eppure il tam tam di radio private, sms e passaparola li ha portati fino a li, su quella piazza stretta e superprotetta, nella speranza di vedere l'ultimo dei padrini corleonesi, il superlatitante, alias Bernardo Provenzano, Binnu ‘u tratturi.
«Bastardo, infame, assassino» urlano, mentre intravedono un vecchio fiero e un po' curvo, segnato dalla malattia, trascinato dentro gli uffici da quattro poliziotti extralarge in passamontagna.
Giubbotto blù, jeans, sciarpa bianca e occhiali cerchiati di metallo, niente manette. Bernando Provenzano ha l'aria di un pensionato incline a qualche leziosità. Certo uno molto curato, talmente curato da essere stato tradito da un carico di mutande pulite. Cosi lo vede arrivare, dalla finestra della caserma, il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso. Confesserà più tardi di aver pensato, in quel momento, al sacrificio di Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e delle loro scorte, tutti massacrati dalle bombe della mafia. Dopo 42 anni il capo indiscusso di Cosa nostra è atteso dai magistrati e circondato da poliziotti.
Per portarlo nella caserma Boris Giuliano, intitolata al commissario di polizia ammazzato dalla mafia, uno dei tanti delitti sulla coscienza di Provenzano, hanno bloccato mezza Palermo. Prima la cattura, supersegreta, a Corleone. Poi un trasferimento in elicottero, all'aeroporto militare di Boccadifalco. Da qui la corsa in questura, a sirene spiegate. Tutte le strade chiuse al traffico e presidiate dalle forze dell'ordine non hanno fermato i curiosi, gli indignati, i ragazzi pieni di impegno civile corsi a manifestare senso di liberazione per la cattura del più pericoloso dei superlatitanti.
Sono quelli dei comitati «Addio Pizzo», lottano contro il racket come altri lottano coltivando grano e fichi d'india sui terreni confiscati ai corleonesi.
Applaudono verso poliziotti e magistrati come farebbero per una pop star. Cantano, sul ritmo degli stadi, «Siamo noi, la Sicilia quella vera siamo noi».
Palermo si libera di un altro fardello e la gioia bagna di lacrime le facce dei poliziotti, comunque guardinghi. Tutta quella gran folla in piazza potrebbe non essere soltanto amica. Potrebbe annidarsi fra chi urla il pericolo di una rappresaglia. (n.a.)