Arriva la nuova terapia per l'emiparesi da ictus

PAVIA. Immobilizzare l'arto sano per guarire quello malato, quando ci si trova di fronte ad una emiparesi che deriva da un ictus subacuto o cronico. Due ore al giorno per due settimane di terapia. E' quanto emerso a Venezia, nell'ultimo giorno del VIº congresso nazionale della Società Italiana di Riabilitazione Neurologica (SIRN), da un importante studio multicentrico sulla «Constraint Induced Movement Therapy», partito nel 2004. Lo studio ha coinvolto nove centri italiani specializzati in riabilitazione neurologica, tra cui l'istituto «Casimiro Mondino» di Pavia.
Si tratta di un approccio al trattamento delle disfunzioni motorie degli arti nei pazienti colpiti da ictus che di fatto - con l'immobilizzazione dell'arto sano - costringe il paziente ad usare quello malato, forzandolo fino al recupero funzionale completo o parziale. Secondo i dati forniti dagli esperti, l'ictus è la prima causa di disabilità neurologica in Italia e nei paesi occidentali. L'emiparesi è il deficit che si presenta più frequentemente: circa l'80% dei pazienti sopravvive alla fase acuta. Sebbene molti tornano a camminare, dal 30% al 66% non riacquistano l'uso dell'arto superiore. «I criteri di inclusione dei pazienti nello studio - si legge in un comunicato - sono stati molto rigidi e selettivi: questo ha portato alla selezione di appena 59 pazienti, che sono però stati ritenuti dagli esperti un campione statisticamente altamente attendibile». I pazienti sono stati scelti in tutta Italia con un tempo medio trascorso dall'ictus che va da 2 a 24 mesi. «Con questo lavoro abbiamo introdotto un evidente elemento di novita», afferma la dottoressa Simona Farina, dello staff del professor Antonio Fiaschi dell'Università di Verona. Lo studio multicentrico ha permesso di affermare che l'utilizzo della «Constraint Induced Movement Therapy» (associato al trattamento riabilitativo tradizionale) di 2 ore al giorno per 2 settimane, è sufficiente a garantire il miglioramento del movimento dell'arto paretico in termini di frequenza dell'uso, di qualità del movimento e di abilità funzionale. «Si è inoltre dimostrato - aggiunge la dottoressa Farina - che tale miglioramento non viene ulteriormente incrementato da un maggior numero di ore di trattamento e che i risultati si mantengono nel tempo». Questa terapia, che mira ad una riabilitazione completa dell'arto immobilizzato, «è in grado di consentire un recupero tale da permettere una maggiore autonomia nelle attività quotidiane».