Crac Parmalat, la Consulta dà torto alle banche
MILANO. Vola il titolo Parmalat in Borsa alla notizia che la Corte Costituzionale ha ritenuto legittime le azioni revocatorie intentate dalla società contro le banche che avevano tenuto rapporti con Tanzi. Nel totale della giornata sono passate di mano 77 milioni di azioni, pari al 4,74% del capitale, con il titolo che ha guadagnato il 7,49% a 2,75 euro. In Borsa si ritiene che dei 7,5 miliardi oggetto della revocatoria, Parmalat possa incassare un decimo, cioè 750 milioni di euro. Al di là di tutto, comunque, le revocatorie sono considerate fondamentali per calcolare l'effettivo valore dell'azienda.
Le motivazioni della sentenza della Consulta sono attese fra venti giorni. Soltanto dopo le banche coinvolte potranno, se vorranno, proseguire sulla strada giudiziaria e presentare ricorso alla Corte di giustizia europea. Era stato l'allora commissario straordinario Enrico Bondi (ora amministratore delegato) a coinvolgere alcune grandi banche in questo procedimento davanti al tribunale di Parma.
Si tratta di Hong Kong Shangai Bank, Montepaschi di Siena, Banca Popolare Italiana (ex Popolare di Lodi), Bipop Carire, Cassa di Risparmio di Savona, Commerzbank, Credito Siciliano, Unicredit, Banca Toscana, San Paolo Imi e Unione delle Banche Svizzere. Questi istituti sono chiamati a restituire 7,5 miliardi di euro alla Parmalat perché hanno prestato soldi alla società e poi hanno chiesto il rientro quando sapevano che il crac sarebbe stato imminente. Le banche avevano subito presentato ricorso, sostenendo che l'esercizio dell'azione revocatoria, previsto dalla legge Marzano, andava contro la Costituzione. In pratica, a detta degli istituti di credito, la revocatoria non doveva essere ammessa perché non è a favore dei creditori, ma di un'azienda che, grazie all'amministrazione stroardinaria, è riuscita ad evitare il fallimento, a tornare 'in bonis" ed è presente sul mercato. Pertanto, sempre secondo i legali delle banche, l'azione revocatoria si configura come una forma di finanziamento che viola la par condicio fra creditori e altera la concorrenza. Invece i legali ingaggiati da Bondi hanno semplicemente sostenuto che Parmalat è una nuova azienda, costituita dai creditori della vecchia società (che hanno convertito i loro crediti in nuove azioni). Dunque, restituendo i soldi a Parmalat, di fatto si vengono a risarcire i vecchi creditori di Tanzi. Infine da segnalare che il ministro Tremonti ha firmato il decreto per istituire il fondo che dovrebbe risarcire, in parte, le vittime dei crac Argentina, Cirio e Parmalat. I soldi verrebbero prelevati dai cosidetti 'conti dormienti", cioè conti correnti dimenticati dagli intestatari. La decisione della Consulta viene salutata con favore dal ministro delle Attività produttive, Claudio Scajola: «Sono particolarmente soddisfatto per la tempestività della decisione della Corte Costituzionale - ha affermato il ministro - che ha dato una risposta nella direzione della massima trasparenza dei mercati finanziari». Ma gli istituti di credito non demordono e si dicono sicuri di vincere nel merito: «Abbiamo perso una battaglia, ma vinceremo la guerra. Le banche sono tranquillissime», spiega Francesco Carbonetti, legale di Bipop Carire. Parmalat, dal canto suo, si è limitata a prendere atto del rigetto della Consulta.