Paolini porta al Fraschini il diario di guerra di Rigoni Stern
PAVIA. 'Sergentmagiù, ghe rivarem a baita?". È una domanda tra il timido, il rispettoso e l'accorato, quella che il soldato rivolge al 'suo" sergente. Sono stanche le truppe italiane che, nell'inverno 1942-43, si stanno ritirando dalla Russia, lasciandosi alle spalle sangue, sofferenze e tormenti. Quel grido e quell'invocazione sono gli stessi che, in cuor loro, si ripetono i vari Cenci, Moreschi, Lombardi, Pintassi e tutti gli altri militari ormai stremati da una lunga e faticosa campagna. È uno scenario drammatico e malinconico, quello che Mario Rigoni Stern descrive nel suo libro più noto - oltre che autobiografico - 'Il sergente nella neve", rievocazione della sua esperienza nella taiga russa.
Adesso questo celebre diario di guerra diventa teatro tramite Marco Paolini, la cui narrazione, però, non è una semplice riduzione del testo né una trasposizione delle confessioni liberatorie del Sergentmagiù. Per sua stessa ammissione, l'opera letteraria è stata 'manipolata" dall'attore che, oltre ad aver abbreviato il titolo (diventa solo 'Il sergente"), l'ha infarcita di 'invenzioni", espressioni dialettali, battute extra, insomma ci ha messo abbondantemente del suo. A cominciare dalla convinzione che per capire - meglio, per cominciare a capire - quegli avvenimenti, bisogna vedere quei posti, toccare l'oggi di quelle terre, tornare là, a Nikolajewka, tra Belgorod e Charkov, tra Ucraina e Russia, sulle tracce dell'epopea del contingente alpino. È la ricerca dei luoghi di un libro, dei volti che di quella tragica ritirata furono testimoni: un grumo di esperienze per esprimere le quali, a volte, servono le parole di Senofonte nella 'Anabasi", in cui si declama del gelo e della neve che travolsero i mercenari greci esattamente come gli alpini del 6º reggimento, battaglione Vestone, sfiniti, con i piedi incancreniti.
Del resto, quella narrata da Rigoni Stern era davvero l'anabasi di un'Italia minore, di contadini mandati a combattere contadini: storie di uomini realmente vissuti, ormai allo sbando e stremati, profondamente sconvolti dal conflitto, ma capaci di mantenere intatta fino in fondo la propria dignità.
La drammaturgia intreccia, quindi, presente e passato, finzione letteraria e ricordo personale, la peripezia del sergente Stern e il viaggio a ritroso dell'attore, che diventa voce di una umanità sconfitta dalla storia ma vittoriosa nella rete etica degli affetti, nella lezione della solidarietà, nella coerenza contro l'orrore. Dunque, anche il sergente Paolini avanza nella neve che devasta corpi e cervelli, inghiotte i soldati in ritirata, blocca ruote, armi, mezzi, animali. Vaga tra le rive del 'placido Don" annusando acqua e terra, si infila nelle trincee puzzolenti rivestite di pidocchi e cartoline, bussa alle porte di isbe ospitali, schiva proiettili e lancia bombe che non esploderanno, assiste i compagni feriti, ruba galline per sopravvivere,
guarda la morte avanzare... E la ritirata dal fronte russo diventa una lenta ma inesorabile discesa agli inferi. (f. cor.)
IL SERGENTE di e con Marco Paolini da Mario Rigoni Stern. Oggi e domani ore 21, domenica ore 16 al Teatro Fraschini di Pavia e lunedi, ore 21, al Teatro Cagnoni di Vigevano.