Quattro modi diversi di vedere la scultura

PAVIA. Il Collegio Cairoli ospita in questi giorni una bella mostra dedicata alla scultura. Protagonisti sono Giancarlo Marchese, Giacomo Benevelli, Sergio Alberti e Vincenzo Balena: quattro scultori, quattro storie, quattro percorsi e altrettanti linguaggi e poetiche che si confrontano e dialogano tra loro. A cura di Rossana Bossaglia, «Quattro scultori due generazioni» - s'intitola proprio cosi - nasce da una collaborazione tra il collegio pavese e il Museo d'arte moderna di Gazoldo degli Ippoliti, nei pressi di Mantova, dove l'esposizione si trasferirà a partire da sabato 8 aprile.
La scusa, è parlare del senso e del recupero della scultura oggi, nel terzo millennio. Lo pensa anche il pavese Sergio Alberti, secondo il quale «è sempre il caso discutere di arte plastica, in un clima in cui la figurazione è allargata su vari fronti e orizzonti. Nel nostro ambiente si nota una crisi di valori che va oltre l'ambito della scultura. È necessaria perciò un'evoluzione del linguaggio, urgente. Si sente la mancanza di pilastri. L'arte vuole essere qualcosa, vuole dire qualcosa».
Quale occasione migliore, dunque, di una mostra-dialogo tra generazioni. Di scena nelle sale del collegio si possono ammirare circa una ventina di opere.
Marchese (Parma, 1931) e Benevelli (Reggio Emilia, 1925) sono i maestri della vecchia guardia, quella che, per intenderci, identifica la scultura come una forma da conquistare.
Alberti (Pavia, 1944) e Balena (Milano, 1942) si riconoscono invece come i maestri delle nuove generazioni, le stesse che non pensano più in termini di conquista, ma di demolizione: è la poetica del frammento, dal quale la forma si ricostruisce come nuovo elemento. Radici comuni e uno stesso obbiettivo, che acclamano all'unisono: dialogare con la materia. Mutano semplicemente i percorsi per raggiungerlo.
Quattro scultori, dunque, quattro metodi di ricerca a rappresentare il clima di due differenti momenti storici e altrettanti dialoghi con la forma plastica.
Bronzi, ghise, acciaio e lastre di vetro che si fondono assieme, per le opere di Marchese. Sono strutture apparentemente semplici, essenziali, che nascono da un continuo togliere materia, da una progressiva sottrazione di peso e di volumi, per arrivare allo scheletro, a una riduzione della scultura a pura lastra di cristallo. Forme obsolete, oblunghe, ovoidi di marmo e bronzo, per le sculture di Benevelli, che cerca la purezza analitica delle forme, i volumi compatti e robusti, i pieni piuttosto che i vuoti.
Per Alberti, invece, la materia è un volume con cui giocare: creare, spaccare, scoprire cosa si nasconda tra le crepe e i frammenti. Si serve della terra come di un referente, una metafora da usare e poi annullare, perché la materia è il deposito delle nostre memorie quotidiane, è impregnata di storia in una sequenza stratificata, e ogni frammento è matrice per quello che verrà.
Anche Balena lavora sull'archeologia del frammento, ma in lui è molto più forte la nostalgia dell'unità. I «pezzi» che compongono le sue sculture si tengono infatti assieme grazie a questa aspirazione quasi inconfessabile. Preferisce la concretezza di materiali quali rottami - o comunque di recupero - per le sue rappresentazioni metalliche (di rame, ferro, alluminio e legno) che richiamano metaforicamente l'insicurezza e l'inquietudine umana. Reperti essenziali e rottami post-industriali sono il simbolo di una nuova mitologia dell'uomo.
Chiara Argenteri