Il «suolo consumato» equivale a 19mila campi di calcio
cosa potessero significare nella quotidianità della gente comune. La mia esperienza di allora - rispetto alla quale non è contraddittorio l'affetto che mi ridesta nonché il senso, spiazzante e prezioso, dell'aver abitato all'interno di un «altro tempo», rispetto al nostro - era fatta di acqua alla fontana, di luce da lumi a petrolio, di fuoco da camino. E i trasporti affidati a un mezzo che a differenza di Trenitalia non arrivava mai in ritardo né sbagliava coincidenze: il cavallo di San Francesco, ovvero l'andare a piedi.
Tutto questo per dire che, pur dedicandomi per mestiere a ricostruire eventi passati, amo la modernità e l'innovazione adeguata ai tempi. Per essere chiaro non solo vorrei l'Adsl in ogni casa e treni pendolari in orario ma non mi scandalizza neppure l'idea di una nuova autostrada che colleghi Broni a Mortara. Auspico il sollecito concludersi della tangenziale di Pavia e, magari, vorrei fossero adeguati i collegamenti anche con la parte montagnosa della nostra provincia. Con Varzi, per esempio. Anche se velocizzare il collegamento non può significare, a mio parere, trasformare il rettilineo che dal bivio Colussi porta verso Retorbido nello scenario allucinato - di mega-costruzioni, centri commerciali presenti o futuri, capannoni logistici e cosi via - che si sta profilando, facendo di questo territorio, che rappresenta la soglia d'ingresso alle gemme dell'Oltrepò occidentale, un «non-luogo». Alla stregua di tanti altri «non-luoghi» che sono spuntati nel mondo e sugli assi viari principali (a cominciare dalla Statale dei Giovi, dalla via Emilia) e secondari della nostra provincia.
Non ho nostalgia del Medioevo ma i non-luoghi della post-modernità non li amo particolarmente. E non li farei entrare a casa nostra in maniera indifferenziata. Al contrario: penso si debba ponderare severamente ogni new entry, vagliando opportunità e svantaggi e distribuendoli con molta cura in modo equo su tutti i territori e comunità locali che compongono questa provincia.
C'è chi dovrebbe fare questo mestiere - nell'ambito provinciale, interloquendo con la Regione e dialogando con i Comuni - ed è l'Amministrazione Provinciale. Però, ora che siamo chiamati ad eleggere la nuova amministrazione che reggerà la Provincia di Pavia, notiamo come di questi problemi - colti nella loro totalità, e non frammentati nei singoli dossier che colpiscono uno spicchio di territorio o ne avvantaggiano un altro - si parli poco, quasi distrattamente. Quasi mai si giunge al nocciolo del problema: quello che porterebbe subito la politica, quella con la maiuscola, a parlare del «consumo del suolo».
Cercate questa espressione nei programmi dei partiti, nei discorsi dei candidati, nelle interessanti e commoventi ultime esternazioni del presidente uscente della Provincia: troverete poco o niente.
Peccato perché, come documenta uno studio che mi è arrivato tra le mani recentemente, il «consumo di suolo», nella nostra provincia, ha camminato con passo impressionante: se, dati Istat, lo spazio urbanizzato in provincia di Pavia nel 1950 era del 3,4 per cento, nel 1998 raggiungeva quasi l'8 per cento. Il che - come spiega Giuseppe Camerini nella relazione che ha voluto gentilmente inviarmi e che spero Italia Nostra vorrà presentare presto ai candidati a governare la Provincia, cosi da sentire che ne pensano - significa che negli ultimi cinquant'anni si è edificato, cementato, asfaltato, l'equivalente di 13.085 ettari.
Vale a dire 196.000 pertiche milanesi di terreno agricolo e forestale.
E, se le pertiche vi dicono poco, immaginatevi una superficie pari a 19.000 campi di calcio di serie A. Una bella fetta della nostra provincia dove è sparito il verde - agricolo o forestale - per diventare altra cosa.
E' proprio l'elenco sterminato di queste «altre cose» - alcune indispensabili, altre più o meno utili, altre ancora assolutamente sconsigliabili perché a vantaggio di pochissimi interessi apertamente confliggenti con quelli dell'intera comunità - che fa riflettere.
Fa riflettere l'addensarsi in determinati spicchi di territorio di uno sproporzionato carico di «grigio oltre la siepe» al posto delle aree agricole o forestali, al posto di destinazioni d'uso più equilibrate e sensate.
Siamo sicuri che l'addensamento che si è fatto, e che si voleva incrementare a Parona, di termocombustori e centrali e relativi elettrodotti fosse il massimo della pianificazione responsabile? E il nugolo di centrali tra Voghera, Casei e Sannazzaro? E siamo sicuri che sia la cosa migliore l'assalto di centri commerciali e strutture consimili che sta velocissimamente riempiendo il territorio prezioso rimasto ai piedi delle colline, facendo della via Emilia e di quel corridoio viabilistico - che li somma statale, autostrada, circonvallazione e ferrovia - il cavallo di Troia che in breve muterà radicalmente volto a un paesaggio che, antropizzato da diversi millenni, era riuscito a conservare la sua natura più profonda? E tutto questo mentre altrove mirano a creare zone di rinaturalizzazione ambientale attorno alle grandi infrastrutture di comunicazione, cosi da attenuarne l'impatto?
L'elenco degli «assalti al suolo» potrebbe continuare a lungo e sarebbe un appello di emergenze disseminate ovunque, nel Pavese, nella Lomellina, nell'Oltrepò.
Ne uscirebbe una tristissima mappatura di cose fatte, o che si progetta di fare, che forse - in una equilibrata politica del territorio provinciale - non avrebbero dovuto avere spazio. Ma di questi tempi si parla di tutto tranne - con pochissime eccezioni - che di «consumo del suolo». Meglio parlare di Tv, e di chissà che cosa altro, invece che mettere i piedi per terra, e affrontare nodi cruciali, quali questo territorio di casa nostra che stiamo stravolgendo a ritmi vertiginosi. Alla stregua di stolti dilapidatori che, sottraendo ai nostri figli e nipoti il paesaggio dei nostri padri pensiamo anche di fare un affare. Mentre ci scaviamo, con le nostre mani, una voragine.
Larga, ci dice la relazione dell'ottimo Camerini, quanto 19.000 campi di calcio.
Giorgio Boatti