Formenti e l'arte del riciclo
PAVIA. Giovanna Fra è un'artista da sempre interessata al restauro. Suo è 'Il Portale" (in Strada Nuova 31), laboratorio di restauro per l'arte antica e contemporanea. Qui organizza anche mostre di arte contemporanea. Oggi alle 18 verrà inaugurata 'Files temporanei", la prima personale pavese di Raffaella Formenti, con un'installazione concepita apposta per lo spazio.
L'artista bresciana (1955) opera nel campo delle arti visive utilizzando lo strappo come percorso di appropriazione delle immagini e interviene su materiali pubblicitari, imballaggi, foto, trasformandoli in oggetti tridimensionali. Le sue installazioni nascono perciò dal minuzioso assemblaggio di elementi bidimensionali, spesso provenienti da materiali di scarto. Lo strappo è una componente fondamentale del lavoro perché, racchiudendo in sé le tracce di usato, di riciclato, racconta la storia della materia. Il riutilizzo è un istinto atavico dell'essere umano che, seguendo il suo fiuto, ha sempre cercato di riciclare qualsiasi materiale scartato per trasformarlo in qualcosa di nuovo, utile alla sopravvivenza. Poi è arrivato il consumismo, e assieme a lui un tipo di società inversa, che produce enormi quantità di rifiuti, tende a non riutilizzarli e rischia di esserne travolta. Da questa situazione d'emergenza nasce la necessità dello smaltimento e del ritorno al riutilizzo, che interessa da vicino anche molti artisti: l'assemblaggio dello scarto, l'estetica dello strappo, la razionalità creativa del caso che ingoia, distrugge e ricrea la materia. Da Schwitters a Duchamp a Rotella, il Novecento è stato attraversato da un flusso di detriti che passando per gli occhi e le mani degli artisti assumevano nuove identità, altri significati. La Formenti nella sua ricerca mette a fuoco uno scenario che è cambiato, come cambiate sono le intenzionalità dell'arte. In una società in cui la produzione di oggetti, forme e immagini travalica ormai qualsiasi possibilità di selezione e comprensione, lo scarto assume un nuovo significato, e da residuo d'uso diventa incontrollata perdita di senso dello spazio e della relazione: il web riproduce in scala smisurata il fenomeno dell'accumulazione dei dati e della loro sovrapposizione fino all'annullamento, fino all'inutilità. L'artista bresciana naviga perciò in questo mare di caos, scarto, aporia del linguaggio e impenetrabilità di senso, accumula file su file di relitti che poi indaga e manipola, creando - quasi per gioco - una biblioteca di borgesiana memoria, uno sterminato archivio d'informazioni dall'aspetto di gioiosi origami di materiale pubblicitario, o di cartacei fuochi d'artificio creati con giornali, buste di carta, manifesti. Come avviene, per esempio, nei suoi 'Ingombri", torri informatiche fatte di imballaggi da ortomercato - dove la scatola è archivio, biblioteca infinita -, in una composizione sapiente di pesi, tensioni e colori che derivano direttamente dalla strada, dai giornali e quindi dalla vita. «Nel caso di questa nuova installazione - ci spiega Claudio Cerritelli, curatore della mostra - presso un laboratorio di restauro per sua natura rivolto ai materiali del passato (sculture lignee, tele, cornici, oggetti di arredo sacro e altri elementi decorativi), l'artista rovescia il rapporto con i segni storico-artistici attraverso la manipolazione iper-fisica delle strutture dello spazio. Adotta diverse strategie: in primo luogo la disseminazione di pixel-oggetti (origamiche scatoline, dettagli cartacei, fusioni di colori stampati); quindi l'appropriazione indebita delle cornici dentro e fuori dagli aulici perimetri; infine il dripping-oggettuale di radice fluxus, per interferire con stereotipi e spargimenti sui meccanismi di attenzione dello spettatore».
Chiara Argenteri