Bondi: le banche sapevano del disastro
MILANO. «E' fuori dubbio che le banche sapessero». Enrico Bondi, il commissario straordinario di Parmalat, fa il suo debutto al processo di Milano dove sono imputati Calisto Tanzi e alcuni ex managr del gruppo di Collecchio. E Bondi, che pur era stato consigliato a Tanzi dalle banche creditrici, punta il dito contro gli istituti di credito. La sua è una spiegazione molto facile: «Bastavano semplici confronti sull'indebitamento dichiarato a bilancio».
«Il debito segnalato dalla centrale rischi della Banca d'Italia - ha detto Bondi - e rispetto a quello messo a bilancio mostrava una differenza di 700 milioni già nel 1997, poi diventato un miliardo nel 2002». Dunque bastava fare una somma, mettere a confronto due cifre, per capire che Calisto Tanzi era sull'orlo del precipizio. Invece tutti hanno taciuto e la società, aiutata dalle banche, ha continuato a emettere bond. «Le emissioni - dice Bondi - servivano solo per tenere in piedi il gruppo, che altrimenti sarebbe collassato. La spiegazione è questa, tanto che nel 2003, quando il massiccio ricorso ai bond non è più stato possibile, il gruppo è crollato».
Ma chi erano le banche capofila? Bondi non ha dubbi. «I primi sono stati Ubm e Caboto, poi sono venuti gli altri». E dentro l'azienda, chi programmava queste emissioni? Altra risposta secca: «Fausto Tonna». Dunque ritorna in un'aula di tribunale di nome del direttore finanziario che, nei giorni precedenti la «caduta dell'impero» diede ordine di prendere a martellate i computer perchè la Finanza non scoprisse la contabilità parallela, non scoprisse le false fatture e i falsi depositi che dovevano essere custoditi in banche delle Isole Cayman e che, invece, erano solo sulla carta.
«In nessun momento - spiega Bondi - l'azienda era in grado di far fronte alle obbligazione che emetteva, perchè il patrimonio netto era negativo e il margine operativo che generava non era in grado di farvi fronte». Bondi spiega anche che Parmalat offriva cedole più alte di quelle di mercato. «Il gruppo - dice - era sempre nelle necessità di finanziarsi e per questo offriva interessi più elevati».
Bondi accusa anche Tanzi. «Il gruppo Parmalat - dice - si è dimostrato un vero e proprio divoratore di cassa, cresciuto per linee non redditizie, oberato da distrazioni importanti e invischiato in operazioni finanziarie di grandi dimensioni e sempre più costose». Si scopre che Tanzi, dopo aver chiamato Bondi su indicazione delle banche, non lo mette al corrente della drammatica situazione. «Tanzi, il consiglio di amministrazione e il collegio dei sindaci non mi dissero niente - racconta adesso il commissario - e io venni a conoscenza della situazione quando il presidente della Consob, Cardia, mi convocò d'urgenza a Roma. Allora appresi dei 3,9 miliardi di euro mancanti, quelli che secondo Tanzi dovevano trovarsi presso Bank of America, ma non c'erano. Erano inesistenti, come le attività della controllata Bonlat».
Quindi, tornato da Roma, Bondi informa Tanzi di quanto gli hanno detto in Consob? «No - risponde lui - perchè c'era la preoccupazione di fare molto presto, di salvare l'assetto industriale, di lavorare a testa bassa per ridare fiducia ai creditori in modo da ricontrattare i debiti».
E i rapporti con le banche?, gli chiede il pm Greco. «Di fatto - è la risposta secca - hanno concorso alla falsa rappresentzione della situazione economica e finanziaria nei bilanci del gruppo. La Bank of America, per esempio, ha piazzato obbligazioni a tutto spiano, era una banca perfettamente integrata con il gruppo, quindi i suoi manager conoscevano tutti i dettagli».
La lunga deposizione di Biondi per ora finisce qui. Proseguirà il 7 marzo quando il commissario dovrà ripondere alle domande degli avvocati. Quindi sarà sentita la consulente della procura, Stefania Chiaruttini. Il presidente delal Consob, Cardia, verrà appena gli impegni glielo permetteranno. I giudici hanno preparato un calendario molto intenso per i prossimi mesi: si vuole evitare che il processo vada in prescrizione. Nel 2009 se tutto non sarà concluso in Cassazione, anche il reato di aggiotaggio finirà nei polverosi archivi.