Aconcagua, l'impresa


PAVIA. Missione quasi compiuta. Federico Migliavacca ce l'ha fatta, Giorgio Fazia Mercadante quasi, appunto. Il primo è riuscito a raggiungere la vetta del Cerro Aconcagua, la montagna più alta del continente americano con i suoi 6.959 metri. Il secondo si è fermato a 6.550. Per entrambi, comunque, è stata una bellissima avventura. Il viaggio è durato ventidue giorni, alla spedizione, tutta italiana, hanno partecipato undici alpinisti, che hanno scelto la cosiddetta falsa via dei polacchi. «Falsa perché quella vera, autentica, tracciata nel 1934, era troppo 'crepacciata"», spiega Giorgio Fazia Mercadante, medico di base nella vita di tutti i giorni, alpinista, trekker e cicloturista nel tempo libero.
«Mi è mancato un pizzico di allenamento per arrivare in cima - spiega Giorgio Fazia Mercadante, 51 anni ma l'aspetto del trentenne - . La via scelta non è tecnicamente difficile, ma senza dubbio impegnativa per l'altitudine. Diverse persone hanno mollato proprio per quel motivo». Il bilancio finale della spedizione italiana: sette sono arrivati in vetta, quattro hanno desistito. Il 15 gennaio è stato quindi un giorno di gioia per alcuni, di relativa delusione per altri. Relativa, appunto: perché già arrivare a oltre 6000 metri d'altezza non è cosa da tutti. Federico Migliavacca ha 30 anni, di mestiere fa l'operaio alla Marelli di Milano. Lui ce l'ha fatta a scalare l'Aconcagua, che significa, nell'idioma degli indios, 'la sentinella di pietra". «E' una montagna che pone problemi sul piano dell'acclimatamento, che bisogna fare in modo scrupoloso. E non è un caso, infatti, che dei quattro che hanno mollato tre siano stati costretti dall'altitudine». La spedizione alla quale hanno preso parte i due pavesi non era l'unica, naturalmente. «Eravamo in buona compagnia - prosegue Federico - : canadesi, americani, norvegesi, cinesi affollavano l'Aconcagua lo scorso mese di gennaio». Che l'alta quota sia lo scoglio principale per chi decide di scalare la montagna argentina è dimostrato dal numero, tutt'altro che irrilevante, di edemi polmonari e cerebrali verificatisi tra i membri delle spedizioni: ben quattro. Tutti, comunque, hanno scelto di affrontare la montagna sudamericana dalla parete est, più nota come via dei polacchi (che comprende pure la falsa via dei polacchi). «Quella sud - spiega Federico - è appannaggio degli alpinisti più forti tipo Messner». «Solo gli scalatori professionisti decidono di farla», interviene Giorgio. Le restanti vie del Cerro Acongagua non sono, come si diceva, difficili sul piano squisitamente tecnico. Ma tuttavia richiedono un rigoroso acclimatamento, che deve durare almeno un paio di settimane. «Non farlo - conclude Federico - significa esporsi a molti rischi. Molti alpinisti lo saltano, per la fretta, per semplice irresponsabilità, e stanno male». «Non ho avuto problemi con l'altitudine - conclude Giorgio - , ma con le gambe si. Forse avrei dovuto dedicare più tempo alla preparazione fisica. Comunque è andata bene cosi, non mi considero assolutamente un alpinista puro, ma un amante dei viaggi che considero interessanti. Famiglia permettendo mi piacerebbe percorrere, in mountain bike, la Lasa-Katmandu. Quest'estate, con mia moglie Silvia e il piccolo Nicolò, farò un tratto della ciclo via del Danubio».

Pier Angelo Vincenzi