Iraq, il coprifuoco non ferma le violenze


NEW YORK. Continuano le stragi in Iraq. A Latifyiah, a una quarantina di chilometri da Baghdad, tre persone appartenenti a una famiglia sciita sono state uccise e due ragazzini feriti gravemente da alcuni individui armati che hanno fatto irruzione nella loro casa all'alba e hanno incominciato a sparare all'impazzata. A Samarra una bomba ha ucciso due agenti iracheni delle forze speciali.
E un'esplosione ha colpito un oleodotto che collega la raffineria di Dura con quella di Baiji. Ma con un paese sull'orlo di una guerra civile le violenze avrebbero potuto essere ben peggiori se non fosse stato imposto il coprifuoco nel giorno della preghiera islamica. E proprio ieri George W. Bush è intervenuto da Washington cercando di invitare gli iracheni alla moderazione. «In Iraq i prossimi giorni saranno tesi e la situazione rimane grave», ha detto il presidente americano facendo riferimento agli attentati e ai disordini che hanno fatto centinaia di vittime. Il capo della Casa Bianca si riferiva in particolare all'attacco di mercoledi scorso contro la moschea sciita nella città sunnita di Samarra.
«È il momento delle scelte», ha affermato Bush rivolgendosi a un pubblico di reduci di guerra. «Gli Stati Uniti condannano senza mezzi termini un attacco insensato e un affronto agli uomini di fede ovunque nel mondo». E cosi dicendo il capo dell'esecutivo Usa tenta ancora una volta di presentare un volto nuovo della sua amministrazione - ferma ma allo stesso tempo conciliante con una funzione di mediatore che si schiera con gli islamici moderati.
«Gli Stati Uniti sono incoraggiati dall'atteggiamento costruttivo di molti leader religiosi impegnati a favore dell'unità dell'Iraq», ha detto ancora Bush riconoscendo che il momento attuale rappresenta un test per le forze di sicurezza irachene. «La situazione è tesa ma sotto controllo e un Iraq democratico sarà una grave sconfitta per tutti coloro che cercano di ritardare la formazione e l'insediamento del governo». Il discorso del presidente è stata un'occasione non soltanto per cercare di calmare il furore a seguito dell'attentato a Samarra ma anche per spostare l'attenzione sull'Iran e dichiarare senza ombra di dubbio che «è un paese ostaggio di una piccola elite religiosa che isola e opprime il suo popolo e nega le libertà di base per quanto riguarda i diritti umani».
Bush ha parlato dell'Iran lo stesso giorno in cui è stato diffuso un nuovo sondaggio dal quale emerge che per il 31 per cento degli americani il governo di Teheran è il nemico numero uno degli Stati Uniti. Appena un anno fa appena il 17 per cento pensava che l'Iran fosse il peggiore nemico.
«I soli paesi ad appoggiare l'Iran sono Siria, Cuba e Venezuela», ha detto il presidente Usa definendo il regime di Teheran «il principale sponsor del terrorismo» e avvertendo che il mondo occidentale deve opporsi agli sforzi iraniani di procurarsi armi nucleari perchè «non si può permettere a una società non trasparente di essere in possesso delle armi più pericolose».

dal corrispondente Andrea Visconti