L'incendio appiccato dal terrorista Zarkawi


L'attentato alla moschea di Samara scatena le tensioni che covano da tempo in Iraq. La transizione elettorale, conclusasi con le elezioni di dicembre, non ha risolto i contrasti tra i diversi gruppi comunitari, in particolare tra sciiti e sunniti. Contrasti su cui ha giocato, ancora una volta, Zarkawi deciso da tempo a far esplodere quella guerra civile di religione che, nelle intenzioni del leader di «Al Qaeda nel Paese dei due fiumi», oltre a colpire gli «eretici» sciiti, mira a infliggere un ulteriore colpo agli Stati Uniti.
Nonostante i ripetuti colpi subiti dal terrorismo jihadista sunnita a loro simboli o esponenti religiosi, sino all'attentato alla moschea di Al Hadi gli sciiti avevano evitato reazioni violente di massa. Le leadership sciite miravano innanzitutto a condurre in porto la transizione, destinata a consacrare a un potere che mai avevano avuto. La repressione antisunnita avveniva piuttosto attraverso il capillare uso politico delle forze di sicurezza, i cui quadri provengono dalle fila dell'Armata di Badr, braccio armato dello Sciri, principale forza della coalizione sciita Aui. L'attacco di Samarra avviene, però, in un quadro completamente diverso. La transizione politica è formalmente conclusa, anche se in queste settimane i contrasti tra sunniti e sciiti impediscono il varo del nuovo governo di unità nazionale auspicato dagli americani; e i partiti sciiti, che guardano apertamente a Teheran, possono meglio resistere alle pressioni di Washington. Quando anche il prudente ayatollah Sistani ha invitato i credenti a mobilitarsi per difendere i luoghi santi, le rappresaglie sono dilagate. Moschee sunnite incendiate, profanazioni, esecuzioni a freddo.
Un ruolo decisivo nella vicenda è stato giocato dall'esercito del Mahdi guidato da Moqtada Sadr. Il giovane leader radicale sciita, che di recente ha nuovamente rifiutato la costituzione, ha cavalcato le tensioni. Con l'obiettivo di guadagnare credito tra i molti che seguono l'ayatollah Sistani, dal quale il leader del Mahdi è diviso non solo dagli obiettivi politici ma anche sull'interpretazione della tradizione religiosa, che Sadr vuole più vicino a quella khomeinista. Sadr ha invitato alla mobilitazione per non essere secondo a un Sistani che, accortosi dell'errore, ha cercato poi di calmare gli animi. Ma Sadr, il cui peso politico è cresciuto dopo che, grazie ai deputati che controlla, ha contribuito il premier uscente Jaafari a ottenere la conferma dell'incarico, lo ha scavalcato, sfidando l'ayatollah di Najaf sul terreno a lui congeniale dello scontro.
Quanto accade potrebbe risolversi in una violenta fiammata, oppure trasformarsi in una guerra civile destinata a spezzare l'unità dell'Iraq. Molto dipenderà dall'Iran, che afferma con Khamenei e Ahmadinejad che i veri colpevoli di questo incendio sono «i sionisti e gli americani». L'Iran non vuole una guerra interreligosa. Non potrebbe mobilitare l'intero mondo islamico a suo sostegno nel caso precipitasse la crisi del nucleare. Ma può dare via libera alle tensioni per far capire a Washington chi comanda in Iraq. Non appena la guida iraniana Khamenei ha ordinato di non attaccare i luoghi santi sunniti, Sadr si è allineato, ordinando di proteggere le moschee sunnite. A dimostrazione che la guerra ha prodotto nuovi equilibri geopolitici nella regione non certo graditi a Bush.

Renzo Guolo