Lidia Ravera si racconta al collegio Ghislieri
PAVIA. La romanziera-giornalista-regista e ora attrice di teatro Lidia Ravera ha incantato il pubblico dell'Aula Magna del Collegio Ghislieri per oltre un'ora e mezza lunedi sera, incalzata dalla professoressa Gianfranca Lavezzi, l''altra voce" della serata. Un inizio in sordina, tra qualche domande di maniera e alcuni tentativi di rompere il ghiaccio, che si è inaspettatamente trasformato in chiacchierata 'tra donne", un dialogo intenso tra palco e platea, che ha toccato decine di argomenti tra letteratura, politica, e vita reale. Femminismo, rapporti familiari e impegno civile mescolati a riflessioni sulla giovinezza e la vecchiaia, il tempo, lusso spesso non consentito alle donne.
Naturalmente non si poteva non parlare del grande successo del 1976, 'Porci con le ali", che ha scaraventato la ventenne Lidia nel mondo letterario grazie alla consacrazione di Giuliano Zincone sulle pagine del Corriere della sera. «Quel libro mi perseguita - dice tra l'esasperato e il divertito l'autrice - perché, invece di essere considerata una donna di mezza età, devo essere un'ex giovane a vita?». Il successo del libro non è svanito con gli anni: «Non lo sapevo ma avevo fatto letteratura - ha detto l'autrice - e la gioventù ha costanti ontologiche e varianti storiche. Nel mio libro ci sono le costanti ontologiche in un'epoca in cui era storicamente divertente essere giovani». E i giovani infatti continuano a leggerlo a distanza di trent'anni. Lidia Ravera ha poi parlato di Torino, «città monocultura» dalla quale è scappata a gambe levate «a diciotto anni e un minuto», la città delle elementari con la classe «in caste»: i figli degli operai del sud in fondo, in prima fila i pochi figli di laureati tra cui lei stessa. «E' stato il mio primo incontro con l'indegnità del privilegio di casta - ha detto - ero cosi disgustata che appena ho potuto sono diventata comunista». E il suo impegno politico è iniziato prestissimo, a quattordici anni, ma non si è mai candidata perché «la letteratura è una divinità esigente, non posso pensare di restare anche solo un giorno senza scrivere». Anche se dice di «non riuscire a smettere di fare politica, un'eredità di quegli anni è che la 'cosa pubblica" mi riguarda». E perché essere di sinistra è una scelta culturale, «andare contro i propri istinti primordiali, smettere di badare solo ai propri interessi». E allora è «felice di pagare le tasse, perché guadagno più di un operaio ed è un modo per ridistribuire la ricchezza». Quando parla della scrittura le si illuminano gli occhi, la voce si addolcisce ancor di più e racconta di come «uno scrittore vero scriva non solo con la cultura, ma con il corpo e tutti gli strati del suo essere, e se è donna, porterà il suo corpo e il suo sguardo di donna».
«Tutti i miei libri sono rospi da sputare» afferma Lidia Ravera: cosi nasce «Freddo dentro», una lunga lettera a Erika, l'assassina di Novi Ligure, che l'ha portata «in un viaggio terribile dentro al banalità del male», di «una ragazza normale, incapace di mettersi dal punto di vista degli altri». A tratti spietata analista della realtà, l'autrice cambia volto quando parla del suo ultimo libro, ancora senza titolo (forse si chiamerà 'Altri Amori", anche se l'autrice appare poco convinta). Norma, una donna di 50 anni si innamora del vicino di casa cinquantenne che sta con una ragazza molto più giovane. Da qui si mescolano noir, commedia sociologica e una disperata storia d'amore tra persone non più giovani, perché «mica si può uscire dal mercato della seduzione a quarant'anni, con la vita che ne dura 86». Un delitto, un processo e le vicende di una famiglia sgangherata, per i quali si dovrà però aspettare il primo settembre.