«Le vecchie lingue vanno studiate e protette ma insegnarle non serve: oggi è utile l'inglese»
MORTARA.«Il dialetto a rischio di estinzione? E' un falso problema: a me interessa che il dialetto sia studiato perché rappresenta un bene culturale inestimabile, come potrebbe essere un palazzo seicentesco o il greco di Omero».
Angelo Stella, docente di Storia della lingua italiana all'Università di Pavia e Accademico della Crusca, è uno dei massimi esperti delle forme di linguaggio in Italia: il suo approccio al tema della morte annunciata del dialetto lomellino, come quello di molte altre regioni italiane, è scientifico, ma anche ricco di passione.
Gli allarmi lanciati da più parti sul rischio di scomparsa di circa la metà delle lingue del mondo non lo preoccupano più di tanto: secondo uno studio, sono 516 gli idiomi quasi estinti in Europa. In Italia sono in pericolo i dialetti lombardo, ligure, piemontese e romagnolo. «Precisiamo subito che non è corretto parlare di dialetti a diffusione regionale: è un'etichetta utilizzata per comodità da molte persone - spiega il docente universitario -. Anche l'italiano potrebbe essere a rischio: le lingue cadono come le foglie degli alberi, cantava Orazio. Le foglie, però, rinascono la primavera successiva».
Lo studio della parlata locale non deve risultare un esercizio esclusivamente accademico: «Senza il dialetto non si spiegherebbe la storia più peculiare di un dato territorio, di una popolazione. L'idioma di un'area va studiato per capire che cosa è successo realmente nei secoli passati, per conoscere il significato intrinseco di luoghi, di territori, di città: il linguaggio di una popolazione costituisce un patrimonio culturale di primaria rilevanza. Dimenticandolo faremmo torto a milioni di persone vissute prima di noi».
Con altre università lombarde, l'ateneo pavese ha dato vita al progetto 'Archivio delle voci": si tratta di un ambizioso piano di recupero dei dialetti della Lombardia, in grado di fissare su carta e su cd il senso più autentico delle parlate antiche. Interrogarsi sul futuro del dialetto, però, è uno pseudo problema: «Ormai nella nostra società serve parlare bene in italiano o addirittura in inglese. L'utilizzo del dialetto può essere riservato a un ambito familiare, alla cerchia dei parenti o degli amici più stretti».
Lo stesso Stella, a margine di una conferenza, ha salutato in vernacolo il sindaco del suo paese d'origine, situato vicino a Varese: «E' chiaro. Anche due tedeschi a un convegno in America al termine degli interventi si saluterebbero nella loro lingua madre».
Infine, l'annosa questione, spesso sollevata, dell'insegnamento del dialetto nelle aule scolastiche: dall'Accademico della Crusca Angelo Stella arriva un no deciso. «Non avrebbe senso - conclude il suo ragionamento -. Sarebbero indispensabili insegnanti del posto: oggi il dialetto è parlato da piccole isole, come le famiglie. Non esistono più i continenti, che una volta erano rappresentati da intere comunità». (u.d.a.)