I nostri connazionali hanno paura


BENGASI.Una rappresentanza numericamente piccola ma responsabile di un vasto territorio, quella del Consolato d'Italia a Bengasi: comprende tutta la Cirenaica storica, regione della Libia ricca di celebri siti archeologici. Mille chilometri a est di Tripoli, affacciata sul golfo della Sirte, Bengasi è la seconda città libica, un porto economicamente vivace e sede di industrie edili.
Sono sei i dipendenti italiani attualmente in forza nell'ufficio consolare cittadino, oltre al console Giovanni Franco Maria Pirrello. A lui si affiancano un vice, un cancelliere e alcuni commissari amministrativi. A supportare il lavoro degli italiani in loco come sempre alcuni contrattisti locali, almeno quattro tra logisti e interpreti.
Dopo il violento attacco sferrato alla sede diplomatica nella giornata di venerdi, quattro impiegati sono stati trasferiti in un albergo di Tripoli con le loro famiglie. In tutto una quindicina di persone, compresi alcuni bambini e la moglie del console. Pirrello ha deciso invece di rimanere a Bengasi - fino a ordine contrario del ministero - insieme a due collaboratori, in una residenza governativa a qualche chilometro dal centro della città, per vegliare sulla sicurezza dei connazionali che vi abitano e «garantire gli interessi degli italiani», una ottantina di persone in tutto.
Il nostro Consolato è l'unica rappresentanza diplomatica straniera della città. A testimoniare gli antichi rapporti tra Italia e Libia c'è l'architettura cittadina, ricca di edifici in stile neoclassico tipico del Ventennio che il regime vi importò. Ma a Bengasi gli italiani arrivano ben prima del fascismo, come ricorda l'unica chiesa cattolica, dedicata a Maria Immacolata, anch'essa purtroppo presa di mira venerdi notte.
Il maggior numero di connazionali residenti in Libia si trova però a Tripoli. Anche se non si sono verificati incidenti nella capitale, gli italiani sono spaventati e preferiscono non uscire dalle proprie abitazioni. Lo conferma un italiano funzionario dell'Onu: «La paura è molta. Anche perché purtroppo le nostre macchine sono riconoscibili. Pare che ieri (venerdi) ci siano stati molti inseguimenti da parte di strane auto che hanno pedinato e minacciato i dipendenti Agip. Questi vivono quasi in un compound fuori città e l'ambasciata ha ordinato di non uscire dalla zona.»
Era il 7 ottobre del 1970 quando il colonnello Gheddafi decise l'espulsione dei 20.000 italiani rimasti dopo il fascismo. Oggi i nostri connazionali ancora residenti in Libia sono poco meno di ottocento. Tra loro, molti i dipendenti delle aziende italiane del settore energetico, Agip ed Eni in testa.

Lucia Sgueglia