Malattie mentali, le cure non bastano
VIGEVANO. Il servizio c'è, ma per gli utenti e il sindacato non basta. «La salute mentale in Lomellina si esaurisce nel rapporto tra medico e paziente, mancano le occasioni per fare una vita normale»: a lanciare l'allarme è Pietro Ferrari, presidente dell'associazione Aiutiamoci che riunisce malati e volontari. La Cgil critica anche l'organizzazione: «C'è chi aspetta anche due mesi per cominciare un ciclo di sedute - spiega Oreste Negrini della Fp-Cgil - . E' inammissibile».
«Il centro psico-sociale (Cps) e il centro residenziale terapeutico (Crt) funzionano solo perché i responsabili sono bravi a spostare il personale, ma non si può andare avanti con questa gestione al lumicino - spiega Negrini - . Un esempio: il Cps ha in servizio due infermieri effettivi, in passato erano 7. Negli ultimi anni ci sono state mobilità e passaggi al part-time senza che nel frattempo siano arrivati nuovi infermieri professionali». La conseguenza è che non vengono rispettati i 45 giorni di attesa per una visita non d'urgenza, anche se le strutture rispettano i parametri per l'accreditamento. «Si arriva a 65 giorni di attesa ed è vergognoso perché stiamo parlando di malattie che non possono aspettare - continua il sindacalista della Cgil - . E poi il personale va sempre meno a visitare il malato a casa, una parte importante dell'attività che in queste condizioni non si può più fare». In pratica Negrini sostiene che le priorità vengono garantite, ma ci sono buchi d'organico da riempire. «Le cose non vanno meglio a Pavia dove il Cps ha un operatore che risponde al telefono, ma che a volte non può fare altro che smistare le emergenze al 118 o alla guardia medica. Cosi non si fa un servizio di qualità, ma si danneggia l'utenza, non si rispettano i lavoratori e si va contro le indicazioni della legge Basaglia». Il sindacato ha proposto una soluzione. «L'ultima graduatoria per infermieri professionali era aperta a 42 posti, ma solo 28 sono stati assegnati - continua Negrini - . Inserendo anche gli altri 14 stabilizzeremmo gli organici e ridurremmo le liste d'attesa».
I problemi organizzativi hanno ripercussioni sui pazienti. «La malattia mentale non è una polmonite, pensare di rispondere ai bisogni solo con gli antipsicotici e le sedute non basta - sostiene Ferrari - . Per la letteratura medica due terzi degli schizzofrenici possono essere reinseriti nella società, ma li si deve aiutare ad avere una vita dignitosa e certo non possono bastare i 244 euro al mese dell'assegno di invalidità». Manca quella che secondo il piano regionale sulla salute mentale si chiama «psichiatria di comunità», cioè una rete di opportunità che aiutano i malati a diventare responsabili della propria vita. «Si continua a fare visite, dare farmaci e ricoverare, ma mancano dei percorsi di reinserimento - continua Ferrari - . Abbiamo provato a fare qualcosa noi. Ad esempio abbiamo promosso un corso di informatica che per nove mesi ha portato 20 psicotici in università, un'esperienza che li ha aiutati a rifarsi una vita». Secondo Aiutiamoci è un problema di risorse: «Il progetto obiettivo nazionale del 1998 prevedeva di spendere il 5 per cento della spesa sanitaria sulla malattia mentale e la conferenza Stato-Regioni lo ha confermato, ma i soldi non ci sono».