Mantegna, omaggio a un Maestro
Mantova e i Gonzaga, quasi un binomio. In esso i nomi di artisti quali Andrea Mantegna, Giulio Romano o Claudio Monteverdi fanno di volta in volta da trait d'union. La signoria dei Gonzaga nei molti secoli della sua durata (1328-17O7) ha dato a Mantova la fisionomia ben precisa di una delle più insigni capitali d'arte, con tratti cortesi di particolare rilievo. Essa si caratterizza per un senso del rappresentativo e dell'esemplare le cui espressioni nei monumenti e nell'ambiente urbano si presentano tutt'oggi quale spettacolare opera d'arte d'insieme. Lo spirito aristocratico ‘alla Gonzaga' ha una particolare impronta familiare. Ne sono prova i vari rami cadetti e collaterali fondatori per spartizioni eriditarie di consignorie le quali spesso, a loro volta diventavano piccoli capitali d'arte con Sabbioneta in primis o comunque vantano tratti e sfaccettature particolari, siano essi legati alla memoria di un santo come Castiglione delle Stiviere, sia a particolari qualità urbanistico-scenografiche come Guastalla, Pomponesco o Isola Dovarese. In campo artistico niente sta a dimostrarlo meglio della famosa opera del Mantegna nella camera degli sposi, quel vano eccezionale nella torre nord est del castello di San Giorgio dove l'artista dal 1465 al 1474 attese a quel che sarebbe diventato il suo capolavoro assoluto, vero manifesto per tutta la pittura che in seguito sarebbe riuscita alla pari a sfondare gli spazi reali. Corre l'anno 1460 e il Mantegna, disponendosi a cedere alle avances del marchese Ludovico II, viene a prendere dimora nella città sul Mincio. Nasce cosi il più bell'omaggio ad un principe e sua famiglia di tutta l'arte rinascimentale. La saletta, conosciuta meglio col nome di camera degli sposi, serviva a Ludovico per le udienze ma anche per stare insieme ai suoi. Nell'opera di Mantegna entrambi questi aspetti, il cerimonioso e il familiare, si fondono con ammirevole naturalezza in felice armonia. Lungo le pareti della sala a pianta quadrata con volta ribassata, Mantegna dipinge un loggiato suddiviso da pilastri che reggono archi a tutto sesto. Sui due lati che rimangono in penombra gli spazi tra i pilastri sono chiusi da tendaggi (evidentemente dipinti) di cuoio dorato. Le arcate delle pareti che invece per le finestre si trovano in luce, presentano le scene aperte della corte. Sulla parete principale, dove c'è il camino, si vedono il marchese Ludovico insieme con la moglie, Barbara di Brandenburgo - gli unici ad essere raffigurati seduti -, circondati dai loro parenti e consiglieri; ma non mancano neppure la balia-nana e il cane Rubino. Ludovico, che porta una bellissima vestaglia di seta rosa, parla confidenzialmente col suo segretario che gli sta porgendo una lettera. Gli altri sono volti verso i loro rispettivi vicini o stanno guardando verso punti più lontani, la figlia più piccola tenendo una mela nella mano sta appoggiata sulla ginocchia della madre. Dietro l'elegantissima balaustra marmorea la silhouette di un alto albero d'alloro indica un giardino e lo sguardo si porta verso il cielo di caldo azzurro in cui si librano bianche e dolci nuvole. Da un anello al centro delle arcate si dipartono festoni che a mo' di ghirlande scandiscono gli scomparti a lunetta sopra le architravi lungo la saletta. Sul lato nord la scena è del tutto aperta; la sinistra e la destra offrono ampi brani di paesaggio; a sinistra Mantegna ha disposto quasi a mo' di collage in forma terrazzata formazioni bizzarre di rocce e architetture di castelli; a destra si erge una città turrita protetta da cinta muraria, veduta'condita' anche da monumenti romani quali il Colosseo che il Mantegna vi ha proiettato dentro quasi come citazioni. Nello scomparto mediano sopra la porta compaiono tre alati putti ignudi che in posa ludica stanno reggendo la grande lastra di bronzo (dipinto) con l'iscrizione dedicatoria al marchese, sorretta ancora più giocosamente nelle parti alte da altri putti alati in volo o altalenanti. L'effetto sorpresa maggiore di questa splendida opera è però dato dallo sguardo in alto, verso il cielo aperto ossia la volta che si finge tale. Da una balaustra cilindrica sulla cui trabeazione altri putti stanno scandagliando ginnicamente la forza della non gravità, si vedono sporgersi con sguardi curiosi e divertiti delle figure femminili, donzelle e signore (tra cui anche una dama nera che porta un foulard); c'è pure un pavone che si esibisce sull'orlo della balaustra sul quale peraltro un'asta messa di traverso sorregge precariamente l'equilibrio di un grande vaso di terracotta pure assai sporgente. In questa prospettiva audace, in questo scorcio del cielo serenamente divertito e divertente, il Mantegna non solo ha anticipato tutta la pittura barocca (con l'unico riscontro ravvicinato, ma non più di tanto, nel Correggio, a sua volta emulato solo molto tempo dopo) ma ha anche elevato l'esperienza dell'arte in una dimensione nuova che le dà una nuova fragranza: è la dimensione dell'ironia, del ludico che non è solo capriccio ma più che altro saggezza, è il sapere di quanto sono fragili e precari gli equilibri terreni e umani, quanto è relativa la fortuna (‘scoperta' per niente emozionante di per sé, ma spettacolare in questa sua traduzione e trasformazione artistica) nella ‘sigla', si potrebbe dire, che quest'esperienza prende qui, nel sodalizio tra i Gonzaga e il Mantegna. Perché è propria la parabola di Mantova stessa, di quella cultura che vi hanno saputo promuovere e vivere i Gonzaga, che si esprime al meglio in questa grande opera: il sapere trasformare il greve, la gravità del governare, in un'immagine di famiglia che a sua volta si proietta in uno sguardo un po' divertito e comunque sorridente verso il cielo aperto, come l'immagine di Mantova si proietta sopra l'ampio bacino dei tre laghi con i loro fiori di loto verso gli orizzonti.
Georg Duhr