Bellani: «Non ero un aspirante terrorista»
VOGHERA. La vigilia del processo, per Bruno Bellani, è cominciata alle sette e mezza di ieri mattina, quando l'ufficiale giudiziario gli ha notificato l'avviso di proroga delle indagini relativo al filone d'inchiesta in cui è accusato dell'omessa denuncia delle armi che la polizia gli trovò in casa il 6 maggio di tre anni fa. Decine di fucili, mitra, mitragliatori, spade, bombe a mano, granate. «Solo residuati bellici, innocui oggetti da collezionista», sostiene il ristoratore ed ex consigliere della Lega, principale imputato del dibattimento che si aprirà questa mattina alle nove in tribunale, davanti alla corte presieduta dal giudice Fabrizio Poppi (a latere Elsa Gazzaniga e Daniela Garlaschelli). Ma per la procura, non tutto può essere ridimensionato alle smanie di un appassionato e quell'arsenale spuntato in corso XXVII Marzo potrebbe nascondere trame più gravi. Sta tutto qui il nocciolo della questione: alla corte valutare e decidere.
Non sarà una decisione agevole, e neppure destinata a maturare in tempi brevi: il processo si preannuncia, infatti, lungo e complesso. Più di sessanta i testimoni chiamati a deporre (fra i quali anche Laura, figlia del ristoratore), mentre la difesa di Bellani, rappresentata dagli avvocati Giovanni Valmori e Licia Sardo, potrebbero chiedere una perizia tecnica sulle armi sequestrate dalla polizia, tesa a dimostrare che erano inoffensive.
Alla sbarra, oltre a lui, ci sono la sua ex convivente, Adriana Bellomi, e Gianni Volpi; quest'ultimo avrebbe ricevuto una pistola calibro 22 da Danilo Calatroni, l'autotrasportatore di Torrazza Coste che ha già patteggiato una pena di quattro anni di reclusione. Bellani, figura-chiave del processo, deve rispondere di detenzione e ricettazione di armi: quindici i capi di imputazione che gli vengono contestati dal pm Walter Cotugno. Il prossimo trasferimento a Genova del pubblico ministero non minaccia il regolare andamento del processo, visto che l'ufficio dell'accusa è impersonale.
Tempi lunghi, dunque. Ma oggi potremmo capire la strategia della procura e se la tesi del Bellani aspirante terrorista, verrà spinta fino in fondo. «Ma io - ribadisce il ristoratore - ero solo un collezionista, certe cose non le avevo nemmeno nell'anticamera della mente. Di tutta la roba che hanno sequestrato, il 98% erano residuati inservibili e si e no il 2% aveva ancora una relativa efficacia». Bellani ha respinto anche con fastidio il teorema della «banda» dedita a rastrellare bombe e fucili per progettare trame eversive.
Che cosa si attende dal processo?
«Sono sereno, tranquillo. Non ho fatto nulla di male, tutt'al più posso avere commesso qualche leggerezza. Certo mai e poi mai avrei immaginato che quello che stavo facendo mi avrebbe fatto stare in carcere per sei mesi e procurato tanti guai».
Dal tunnel giudiziario deve ancora uscire, e forse ci vorrà parecchio tempo, ma almeno ha ritrovato una vita normale, il lavoro al ristorante, l'affetto e il sostegno dei figli.
«Ovviamente sono più sollevato rispetto a quando soffrivo in galera, ma non sono più quello di prima. Ora penso solo alla famiglia, alla casa e Laura e Stefano».
L'esperienza durissima del carcere fino a che punto l'ha segnata? E' un incubo che ogni tanto si rimaterializza?
«Di notte nel sonno è un pensiero fastidioso che ancora mi assale, insieme ad altre cose. Certe esperienze non si possono dimenticare».