Dalla Lomellina alla Costa Azzurra: riflettori accesi su Luigi Dellorbo
Che nel nostro paese la grande editoria schiacci e renda invisibile la piccola è un'affermazione abusata, e in parte veritiera. Ma non è poi sempre cosi. Prendiamo per esempio i romanzi di Luigi Dellorbo, un lombardo (è di Mede) trasmigrato in Francia. Dal 2001 ha pubblicato tre lavori di cui l'ultimo, pochi mesi fa, 'Festa della Bastiglia", L'Artistica Editrice, editi da piccole, ma serissime edizioni; ebbene tutti i suoi romanzi sono puntualmente passati dalle pagine culturali più accreditate di questi anni dal TTL della Stampa (Pent e Pallavicini) al Corriere, a Stilos e Pulp. Questo indica che quando un lavoro letterario è di autentica qualità, non si bada tanto al contenitore, ma si va alla sostanza.
Cosa c'è di interessante in questi romanzi, specie nell'ultimo 'Festa della Bastiglia"?
Stando al parere unanime dei recensori i meriti stanno nella freschezza della prosa tutta giocata su dialoghi da brillante commediografo «di un cinema che oggi non esiste più» (Rotino), nella solare atmosfera di queste storie che si dipanano in Costa Azzurra, fra Cannes, Nizza e la Corsica, nella inconsueta messa in scena di un coté alto borghese che non è abituale trovare nella narrativa dei nostri anni.
Sandro Pallavicini dalle colonne della Stampa, ha espresso la convinzione che la prosa di Dellorbo incarni la voglia di borghesia e che insomma il Nostro sia una specie, detto senza alcuna malizia, di «Sagan al maschile». E in parte è vero, come è innegabile che vi sia in Dellorbo la stoffa del commediografo di classe, la levità e la brillantezza di un dialogato che ricorda il miglior cinema americano degli anni cinquanta. Ma i motivi, a mio parere, che inducono a leggere 'Festa della Bastiglia" o 'Opere di bene" non si esauriscono affatto qui.
Dietro la solarità e la brillantezza di facciata si percepiscono inquietudini di fondo: per esempio emerge, in mezzo a queste storie, il rapporto fra Europa e immigrazione che non si risolve in facile buonismo d'accatto, nè in fermo rigetto: esce dall'astrazione sociologica per cogliere, come è compito di un narratore, la problematicità nella concretezza dei rapporti interpersonali. E, con spirito realistico e scettico, da buon lombardo, rifugge dai facili ottimismi. Come anche si coglie una relazione complicata con il cristianesimo inteso come tradizione occidentale e come messaggio, anche qui con esiti ben poco tanquillizzanti.
Insomma, Dellorbo non è uno scrittore «ecumenico» che possa piacere a tutti... sarà forse per questo che la «grande» editoria gli gira alla larga? Possibile, anche se la sua prosa cosi limpida potrebbe avere ben altro riscontro commerciale. Ma non importa: di romanzo in romanzo il numero dei suoi colti estimatori cresce sempre di più e scommetto che arriveranno prima gli editori francesi o svizzeri a valorizzare il lavoro di questo «lomellino in esilio».
Romano Felicini