Dalle tenebre alla nuova luce


L a festa del Battesimo di Gesù è l'occasione annuale per riflettere sul nostro battesimo. Gesù aveva forse bisogno, anche lui, di essere battezzato come noi? No certamente. Egli volle, con quel gesto, mostrare che si era fatto uno di noi in tutto. Soprattutto voleva porre termine al battesimo «di acqua» e inaugurare quello «di Spirito». Nel Giordano non fu l'acqua che santificò Gesù, ma Gesù che santificò l'acqua. Non solo l'acqua del Giordano, ma quella di tutti i battisteri del mondo.
La sorte dei bambini non battezzati non è diversa da quella dei Santi Innocenti che abbiamo festeggiato subito dopo Natale. Il motivo di ciò è che Dio è amore e «vuole che tutti siano salvi», e Cristo è morto anche per loro!
A un certo livello - quello dei mass-media in generale - Gesù Cristo è molto presente, addirittura una «Superstar», secondo il titolo di un noto musical su di lui.
In una serie interminabile di racconti, film e libri, gli scrittori manipolano la figura di Cristo, a volte sotto pretesto di fantomatici nuovi documenti storici su di lui. Il Codice Da Vinci è l'ultimo e più aggressivo episodio di questa lunga serie. È diventato ormai una moda, un genere letterario. Si specula sulla vasta risonanza che ha il nome di Gesù e su quello che egli rappresenta per larga parte dell'umanità per assicurarsi larga pubblicità a basso costo. E questo è parassitismo letterario.
Da un certo punto di vista possiamo dunque dire che Gesù Cristo è molto presente nella nostra cultura. Ma se guardiamo all'ambito della fede, al quale Egli in primo luogo appartiene, notiamo, al contrario, una inquietante assenza, se non addirittura un rifiuto della sua persona. Anche il dialogo tra scienza e fede, tornato ad essere cosi attuale, porta, senza volerlo, a una messa tra parentesi di Cristo. Esso ha infatti per oggetto Dio, il Creatore. La persona storica di Gesú di Nazaret non vi ha alcun posto.
Succede lo stesso anche nel dialogo con la filosofia che ama occuparsi di concetti metafisici, più che di realtà storiche. Si ripete insomma, su scala mondiale, quello che avvenne all'Areopago di Atene, in occasione della predicazione di Paolo. Finché l'Apostolo parlò del Dio «che ha fatto il mondo e tutto ciò che contiene» e del quale «stirpe noi siamo», i dotti ateniesi lo ascoltarono con interesse; quando iniziò a parlare di Gesù Cristo «risuscitato dai morti», risposero con un educato «Ti sentiremo su questo un'altra volta».
Basta un semplice sguardo al Nuovo Testamento per capire quanto siamo lontani, in questo caso, dal significato originale della parola «fede» nello stesso Nuovo Testamento. Per Paolo, la fede che giustifica i peccatori e conferisce lo Spirito Santo, in altre parole, la fede che salva, è la fede in Gesù Cristo, nel suo mistero pasquale di morte e risurrezione. Anche per Giovanni la fede «che vince il mondo» è la fede in Gesù Cristo. Scrive: «Chi è che vince il mondo se non chi crede che Gesù è il Figlio di Dio?».
Di fronte a questa nuova situazione, il primo compito è quello di fare, noi per primi, un grande atto di fede. «Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo», ci ha detto Gesù. Non ha vinto solo il mondo di allora, ma il mondo di sempre, in ciò che ha in sé di refrattario e resistente al Vangelo. Dunque, nessuna paura o rassegnazione.
Mi fanno sorridere le ricorrenti profezie sull'inevitabile fine della Chiesa e del cristianesimo nella società tecnologica del futuro. Noi abbiamo una profezia ben più autorevole cui attenerci: «I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno». Venire alla fede è l'improvviso e stupito aprire gli occhi a questa luce. Rievocando il momento della sua conversione, Tertulliano lo descrive come un uscire dal grande utero buio dell'ignoranza, trasalendo alla luce della Verità. Era come il dischiudersi di un mondo nuovo; la Prima Lettera di Pietro lo definisce un passare «dalle tenebre all'ammirabile luce».

don Franco Tassone