Dalla Palestina alla Siria cresce la paura di uno stop al processo di pace


GERUSALEMME.Notoriamente Ariel Sharon non è stato un uomo di dialogo: capace di grandi rifiuti e di altrettanto grandi concessioni (l'ultima il ritiro unilaterale dalla striscia di Gaza), ma rigorosamente decise in solitudine, senza cercarsi interlocutori. Di fronte alla sua uscita dalla scena politica, dunque, l'intero medioriente sarà di fronte ad un interrogativo paradossale: in assenza di Sharon quale sarà la sorte della regione? Ci sarà un vero interlocutore israeliano con il quale negoziare, oppure i suoi successori cancelleranno le condizioni concrete prodotte dalle sue concessioni?
Le prime reazioni alla malattia di Sharon sono state di carattere complessivamente emotivo. Il palestinese Abu Mazen, e con lui la gran parte dell'Anp, hanno avuto il timore di perdere la propria credibilità basata su un possibile negoziato di pace con Sharon. Sharon e Abu Mazen non hanno infatti mai iniziato una vera trattativa e l'assenza di Sharon sostanzialmente non cambia nulla, ma il «dopo Sharon» potrebbe risultare ancora più buio per Mazen.
Lo stesso ragionamento varrebbe anche per gli integralisti palestinesi. Hamas gioisce per la malattia di Sharon, ma non è detto chi lo sostituirà avrà un occhio di riguardo nei confronti dei radicali palestinesi. E le incertezze per il futuro e l'arrivo di un «nemico» meno conosciuto e pronto alle imprevvedibili sorprese preoccupa Hamas, anche se i suoi timori sono ora celati dietro i festeggiamenti per la malattia di Sharon.
Una prospettiva simile esiste anche per gli Hezbollah libanesi, da anni in guerra con Israele per il controllo dei confini meridionali del Libano, ostilità che potrebbe accentuarsi nell'immediato futuro.
Tra i paesi arabi, quello più interessato al futuro politico dello Stato d'Israele resta però la Siria, l'unico ad avere un contenzioso aperto con Israele sulle alture di Golan. Anche in questo caso Damasco potrebbe trovarsi di fronte ad un vicolo cieco nel caso che venga congelato il processo messo in atto da Sharon e la fine definitiva del piano «road map». Teoricamente la Siria (con Bashar Aassad o senza di lui) avrebbe potuto sperare in un negoziato sul Golan una volta avviata il dialogo con i palestinesi, magari sulle indicazioni della stessa amministrazione americana che punterebbe su un piano di pace complessivo per il medioriente. Si tratta ovviamente di una prospettiva remota, che diverrebbe tuttavia impossibile con un falco ancora più intransigente di Sharon alla guida dello Stato israeliano.
Il discorso cambia invece con l'Iran di Mahmud Ahmadinejad, che nutre l'ambizione di egemonizzare il radicalismo mediorientale e in qualsiasi mutamento in Israele potrebbe trovare un nuovo pretesto per far accrescere le tensioni. Il «dopo Sharon» potrebbe però riservare qualche sorpresa anche all'Iran. In queste ore crescono infatti le indiscrezioni circa un raid militare israeliano contro gli impianti nucleari iraniani: il drammatico segnale di un Israele orfano di Sharon, ma non per questo più tollerabile.

Bijan Zarmandili