Pronto soccorso, una notte in prima linea


VIGEVANO. Solo passando una notte al Pronto soccorso si capisce perché i medici e i vertici dell'Azienda ospedaliera (Ao) parlano due lingue diverse. Soprattutto se è la notte di Capodanno, quando il ghiaccio e gli eccessi della festa si aggiungono agli imprevisti abituali. A reggere l'urto ci sono solo un medico e due infermieri per dodici ore: dalle 20 alle 8. Per l'Ao bastano se la media dei pazienti non supera i 40 per notte, ma qui l'afflusso non è costante: ricorda più uno tsunami che una mareggiata.
Da quando i soldi per la sanità scarseggiano ridurre tutto a dei numeri aiuta a valutare e risparmiare, ma passare la notte di Capodanno al Pronto soccorso dà un volto a quei numeri. Attraverso il vetro della sala d'attesa, che dovrebbe garantire la privacy, si vedono, come in un acquario, ragazze in lacrime e uomini pallidi davanti al medico (una donna) che compila fogli su fogli al computer. Prima di mezzanotte il Pronto soccorso si svuota e i fuochi d'artifici fanno partire il conto alla rovescia. Mezz'ora dopo un adolescente che ha esagerato con l'alcol inaugura il 2006. Il fratello e un amico entrano in sala d'attesa: uno piange, l'altro cerca di tranquillizzarlo poi si alza e tamburella le dita contro il vetro invece di suonare: gli infermieri arrivano, lui cerca notizie, loro gli chiedono tempo. Un poster sulla parete chiede alle persone di collaborare, ma pochi lo leggono. Il ragazzo gira un po' attorno, poi si siede. E comincia la tempesta. Uno dopo l'altro, entrano in sala d'attesa un padre in ansia, una giovane donna con gli occhi gonfi per uno sfogo allergico, un uomo che è svenuto prima di brindare, una ragazza olandese colpita da un sasso al volto. Gli infermieri fanno entrare i casi gravi, gli altri aspettano. Anche perché le ambulanze continuano a scaricare pazienti: una ragazza piena di tagli, un pensionato che ha una ferita in testa, una donna che ha bevuto troppo e un'altra che viene portata su un lettino fino a Radiologia, quasi 300 metri più in là.
La sala d'attesa è un imbuto con un telefono pubblico guasto (da prima di Natale) e una linea blu ormai solo accennata che dovrebbe garantire la riservatezza di chi racconta i propri sintomi allo sportello e che invece non garantisce proprio nulla perché li dentro tutti sentono tutto. A turno qualcuno si avvicina al vetro e se non vede nessuno si innervosisce, a volte suona. Gli infermieri arrivano e ripetono di aver pazienza. Chi aspetta racconta di aver visto in passato africani ubriachi perdere le staffe e aggredire la guardia giurata. In sala d'attesa passano decine di persone, tra cui una donna vestita da Babbo Natale. I ragazzi escono a fumare sul piazzale, riservato ai mezzi di soccorso ma occupato tutta notte da una mezza dozzina di auto private, non solo dei pazienti. Dopo 40 minuti d'attesa l'olandesina supera la porta blu e arriva dal medico. Alle 2 escono il ragazzo ubriaco (dopo la lavanda gastrica), l'allergica e l'uomo svenuto prima del brindisi. La porta blu si riapre per una donna che chiede di chiamare il suo medico: gli amici non sanno che fare e lei rientra. Poi tutto si fa caotico: malati e amici sembrano moltiplicarsi e la pazienza si sfilaccia. «Abbiamo chiesto più volte cosa le stessero facendo - si lamenta un ragazzo con gli amici appena arrivati - e non ci hanno risposto». Il medico e le due infermiere non potevano: hanno altri problemi. Tre ragazzi vestiti come fosse agosto entrano in sala d'attesa, mentre per la porta blu passano una signora con il braccio sinistro ingessato, un africano con il figlio piccolo, un padre che cerca la figlia e un sessantenne robusto con una crisi respiratoria. L'olandesina, che sembrava la meno grave, viene ricoverata.
Alle 4.30 varca la porta blu la moglie del sessantenne in crisi respiratoria. Poco prima delle 5 un' altra ambulanza imbocca via Leonardo da Vinci. I numeri parlano di 36 pazienti visitati da quando è cominciato il turno di notte, nove ore prima. Alle 8, quando il turno finisce, saranno 43. Il frangiflutti ha retto ancora una volta, ma gli sbarramenti si consumano con il tempo se nessuno li rinforza.

Claudio Malvicini