Oggi l'addio a Cesare Castioni il poeta che amava il Ticino
CASSOLNOVO.I capelli corti, la faccia magra, gli eterni stivali ai piedi, il gilet da pescatore e lo testa rivolta alla valle del Ticino. Questo era Cesare Castioni, poeta dialettale e conoscitore del parco del Ticino, scomparso martedi dopo un lunga malattia (i funerali saranno questa mattina alle 10 in chiesa). Il suo nome a Cassolnovo era legato a doppia mandata al parco del Ticino, che in paese è noto come «La Val». «Giò in t'la val» Castioni ci passava gran parte del suo tempo, osservando la natura, sperimentando nuovi innesti, cercando funghi e scrivendo poesie dialettali. Con quel mormorio leggero e continuo che era la sua voce raccontava della «Val» e di quel mondo pieno di sorprese che era il Ticino. Teneva conferenze per le biblioteche, corsi per le associazioni micologiche, lezioni per le scolaresche del paese, ma anche per le università, aiutando nelle ricerche tesisti, ma anche docenti. Lui che non era biologo né naturalista. Si era iscritto a giurisprudenza in gioventù senza amore per codici e codicilli, non diventando mai avvocato. E a chi gli dava quel titolo, per il rispetto dovuto alla persona distinta, chiedeva sottovoce: «Non mi chiami cosi: è un titolo che non ho e che non merito». Alle leggi Castioni aveva preferito fin da bambino le piante e la natura, una passione che aveva fatto sorgere leggende sul suo conto. Come quella che sperimentasse i funghi su di sé oppure che domasse le vipere a mano. Si era occupato anche di politica, candidandosi con i liberali, ma dalle aule del municipio era presto ritornato ai suoi boschi, dove scriveva anche le sue poesie. Piccoli quadretti di un mondo scomparso come quello delle due donne di San Giorgio che litigavano in mezzo alla strada per il concime dei fiori, che lui recitava ai bambini appoggiato al muro della casotta alla fine delle visite guidate.
Andrea Ballone