I pm: «Processo per Cragnotti e altri 43»

ROMA. Con 44 richieste di rinvio a giudizio e tredicimila piccoli risparmiatori che risultano parti lese, la procura di Roma chiude l'inchiesta sul crack Cirio. I provvedimenti firmati ieri dai magistrati del pool capitolino per i reati finanziari coinvolgono, oltre alla famiglia Cragnotti, il gotha del mondo bancario italiano. Tra i nomi più in vista Cesare Geronzi, Rainer Masera e Gianpiero Fiorani. Pesanti le accuse contestate nei 22 capi di imputazione: dalla bancarotta fraudolenta, alla truffa, alle false comunicazioni sociali, a seconda delle posizioni.
Le decisioni del procuratore aggiunto Achille Toro e dei pm Rodolfo Sabelli, Gustavo De Marinis e Tiziana Cugini, sono arrivate a sette mesi dal deposito degli atti e, sostanzialmente, confermano le gravi circostanze emerse durante la faticosa inchiesta sullo «svuotamento» del colosso agroalimentare avvenuto attraverso una serie di operazioni finanziarie illecite condotte non solo in Italia ma anche nel compiacente Lussemburgo: un crack milionario che si è consumato fra il 1998 e il 2003 bruciando i risparmi, talvolta di una vita, di oltre diecimila famiglie.
Al giudice per le indagini preliminari, la procura romana chiede dunque il processo per Sergio Cragnotti (già patron della Lazio ed ex Ad del gruppo Cirio), per la moglie Flora Pizzichemi, per i figli Andrea, Elisabetta e Massimo, per il cognato Filippo Fucile, per venticinque tra consiglieri e sindaci della Cirio, e, soprattutto, per i vertici di tre gruppi bancari di primissimo piano. La bufera giudiziaria coinvolge innanzitutto l'attuale presidente di Capitalia Cesare Geronzi, all'epoca dei fatti presidente del Cda di Banca di Roma. Ma a giudizio rischiano di finire anche Rainer Masera (ex presidente Cda del San Paolo-Imi), Luigi Maranzana (ex consigliere d'amministrazione del medesimo gruppo), Massimo Mattera (Area crediti San Paolo-Imi), Gianpiero Fiorani (ex Ad Banca Popolare di Lodi), Giovanni Benevento (ex presidente Bpi) e altri numerosi dirigenti degli istituti chiamati in causa. Come parte lesa, invece, tredicimila risparmiatori ridotti sul lastrico.
Agli atti dell'inchiesta coordinata dal procuratore aggiunto Toro vi sono decine di interrogatori e di documenti che, ad avviso della pubblica accusa, provano le complicità e le responsabilità penali dei 44 personaggi sui quali oggi pendono le imputazioni. Le indagini presero il via nell'estate del 2003, dopo il mancato pagamento di un bond da 150 milioni di euro. Nel mirino dei pm finirono cosi nove bond collocati sul mercato tra il maggio 2000 e il maggio 2002 per un totale di 1.125 milioni di euro. Dagli accertamenti della Guardia di Finanza emerse che Banca di Roma, San Paolo Imi e Bpi collocarono rispettivamente 20.029.485, 48.473.000, e 5.402.342 di euro di obbligazioni «presso i privati risparmiatori occultando, nei rapporti con la clientela, la situazione di conflitto di interessi dipendente dai rilevanti crediti vantati» nei confronti delle società emittenti del gruppo Cirio o garanti delle obbligazioni «e omettendo ogni informazione circa la natura e i rischi dell'operazione». Alla Banca di Roma, ritenuta responsabile, come le altre, del raggiro ai danni dei risparmiatori, si contesta anche di avere costretto la Cirio ad emettere ulteriori obbligazioni milionarie al fine di rientrare, almeno in parte, dei propri crediti verso il gruppo. Il tutto, sottolineano i magistrati, avvenne ovviamente a discapito dei risparmiatori privati e nonostante la Cirio avesse già chiaramente evidenziato, agli stessi istituti, la propria impossibilità a saldare i debiti contratti.