San Matteo, sono in aumento i pazienti che arrivano da fuori regione


PAVIA. Era un punto di forza del San Matteo già conosciuto: quello di richiamare pazienti da tutta Italia ed anche dall'estero. Adesso arriva anche la conferma ufficiale, con il Rapporto Censis presentato venerdi. Il policlinico è settimo, nella classifica degli ospedali italiani, per la capacità di saper attrarre pazienti da fuori regione: nel corso del 2003 (l'anno a cui si riferisce la graduatoria) sono stati 12.714. In testa ci sono due ospedali romani: il Bambino Gesù (21.815) e il policlinico Gemelli (18.218).
Seguono il Gaslini di Genova (15.505), l'Azienda ospedaliera Pisana (15.159), l'Azienda ospedaliera di Verona (13.636) ed il Sant'Orsola di Bologna (13.191). Il San Matteo è il primo ospedale lombardo per capacità attrattiva: precede il San Raffaele di Milano (ottavo con 12.498 pazienti), l'Istituto Europeo di Oncologia guidato dal professor Umberto Veronesi (quattordicesimo con 8.161), l'Istituto Tumori (quindicesimo con 8.114), l'Humanitas di Rozzano (diciassettesima con 7.604) e l'Azienda Spedali civili di Brescia (ventesima con 6.976). «E' un risultato davvero importante - commenta il commissario Giovanni Azzaretti -. Il Rapporto Censis ci dà la conferma che il lavoro che viene svolto ogni giorno dentro il nostro ospedale è riconosciuto anche nelle altre regioni italiane». Azzaretti è convinto che questa posizione possa essere addirittura migliorata. «Fra tre anni saremo i primi. Quando sarà pronto il nuovo ospedale, con il Dea e le torri, ed entrerà in funzione il Centro nazionale di adroterapia, a Pavia arriveranno sempre più pazienti da altre regioni ed anche da fuori Italia». Dal Rapporto Censis emergono anche altri dati interessanti sullo stato della sanità italiana. L'88,5% giudica come «sostanzialmente positiva» l'esperienza propria o di un familiare in ospedale. La scarsità di servizi alternativi sul territorio (25,85 %) e, soprattutto, la capacità dell'ospedale di dare sicurezza ai pazienti, in particolare agli anziani (28,7%), sono invece indicate come le ragioni dell'improprio ricorso al ricovero ospedaliero da parte degli italiani. Il punto dolente risiede nelle «procedure di accesso»: oltre il 55% per accedere a prestazioni ha fatto «ricorso a conoscenze», il 47,2% è stato «costretto a cambiare struttura, è arrivato tramite il pronto soccorso, il 23,5% dice di essere stato dimesso troppo presto per essere stato trasportato con l'ambulanza in più strutture». L'8,7% dichiara di aver dovuto dare anche denaro per accedere alle prestazioni ospedaliere.

Sandro Repossi