«Ha ucciso mio fratello con la magia»


CASTEGGIO. Sconvolto dalla morte del fratello, si era convinto che a provocarla fosse stato un vicino di casa attraverso misteriosi riti magici e per punirlo aveva tentato, fortunatamente senza riuscirci, di investirlo con l'auto. Ma aveva sbagliato persona, confondendosi con un sosia.
Inizialmente, si era pensato ad un banale incidente stradale, anche perchè la persona scambiata per il vicino di casa se l'era cavata con qualche graffio ed escoriazione, robetta guaribile in meno di una settimana. Ma indagando più a fondo gli inquirenti avevano scoperto l'inquietante retroscena di quel «normale» investimento in viale Giulietti. Ovvero: i gravi problemi psicologici di cui soffriva il giovane, prostrato dalla fine improvvisa e prematura del fratello, un fatto che lo aveva turbato a tal punto da indurlo a pensare che il decesso non fosse avvenuto per cause naturali, ma in seguito all'influenza del maligno, individuato in un ignaro e ovviamente incolpevole vicino di casa. Il trentenne casteggiano si era messo a seguirlo e infine aveva deciso che il sistema migliore per punirlo era quello di investirlo con l'auto mentre attraversava a piedi la strada. Un proposito messo in atto il 29 aprile di due anni fa. Quasi incruento l'epilogo, con la parentesi imprevista dello scambio di persona. Non il vicino era rimasto vittima del tentativo di investimento, ma un altro individuo che gli assomigliava.
In ogni caso, il giovane veniva indagato con l'accusa di tentato omicidio. Un'imputazione che sfociava in un processo e nella condanna in primo grado a cinque anni di ricovero in una comunità protetta. Ora quella triste vicenda è nuovamente finita in un'aula di tribunale e la Corte d'Appello di Milano ha confermato la sentenza dei giudici vogheresi. «Ma il mio assistito - spiega l'avvocato Manuela Albini, legale del trentenne casteggiano - potrebbe presto essere trasferito in una comunità più vicina a casa, od ottenere la libertà vigilata, sempre con un supporto medico». La difesa aveva chiesto la derubricazione del reato in lesioni colpose, sostenendo che l'imputato non voleva provocare la morte della persona investita, ma solo spaventarla.

Roberto Lodigiani