Pavia, la città "ingrata" e le sue piccole tribù
(segue dalla prima pagina)
ha detto cose niente affatto banali. Ha innnanzitutto colto - proprio come tutti i pavesi che operano al di fuori della loro città - la gradevolezza del «tornare a casa». L'armonia con cui aspetti di normalissima vita quotidiana - il camminare per strada, l'andare per negozi, l'incontrare gli amici a tavola - trascorsi a Pavia, diventano momenti fondamentali di ricomposizione di se stessi, occasioni per ritrovare la parte più profonda e sincera del proprio essere.
Nella stessa occasione Gerry Scotty ha fatto un'affermazione, sicuramente altrettanto sentita, e che suona indubbiamente forte e dura: «Pavia, città ingrata». Città che non sa ricordarsi, almeno nella sua vita pubblica, di coloro di cui si rammenta solo «nel momento del bisogno...».
Vale la pena, credo, di prendere spunto da questa riflessione, tutt'altro che banale, per andare oltre. Cosi da comprendere qualcosa di più su questa Pavia, sulle tribù sociali che la compongono, sulla comunità complessiva di persone, ruoli, istituzioni, interessi che costituiscono la città.
A darmi spunto per le considerazioni che seguono, oltre alle parole di Scotti, anche un bel libro, recentemente pubblicato dalla Fondazione Sandra e Enea Mattei, «Lezioni al Collegio Nuovo» di Emilio Gabba. Il libro raccoglie solidissimi interventi fatti dal professor Gabba, accademico dei Lincei e professore emerito di Storia Romana, personaggio che spicca tra i più illustri antichisti italiani e proviene dalla prestigiosa scuola che ebbe, proprio in questa Università, il suo fondatore in Plinio Fraccaro.
Leggendo gli interventi del professor Gabba, capaci non solo di illuminare modi di vita e mondi privati e pubblici assai lontani dal nostro tempo e tuttavia di saettanti corto circuiti con il nostro presente, mi è sorto un interrogativo.
Mi sono chiesto quanti, tra i nostri concittadini, conoscono, non dico le opere, ma almeno la parabola culturale, il ruolo, e perché no?, anche il volto, di un personaggio come il professor Gabba. E, a questo punto, la domanda potrebbe concernere qualche altra dozzina di personaggi, assolutamente di spicco, che hanno operato o operano nella vita accademica e che, tuttavia, sono perfettamente invisibili alla comunità cittadina. Ignorati - penso - persino da gran parte di coloro che reggono i destini politici della città, del territorio pavese.
Forse - uscendo dall'ambito dell'università e investendo altri mondi, penso ad esempio all'universo del Policlinico San Matteo, ma occorrerebbe buttare lo sguardo ben oltre, su tutte le molteplici realtà, professionali ed economiche, imprenditoriali e ricreative, associative e sportive, confessionali e politiche che compongono la vita di una provincia - la stessa cosa si ripete.
Ognuno - dentro un particolare ambito - «riconosce i suoi». Anzi, ritenere che si conoscano e riconoscano coloro che, professionalmente, sono prossimi e contigui, è dire poco. A Pavia si è attentissimi a monitorare - con l'ossessionante attenzione tipica delle comunità chiuse, statiche, timorose - ingressi e uscite, modalità di ascese e tracolli, vicinanze e alleanze, di ognuno dei componenti delle tante diverse tribù, più o meno importanti, che compongono quello che dall'interno può apparire come un grande ed esaustivo mondo. Oltre il quale parrebbe non esserci niente altro di rilevante. Mentre, come si sa, oltre il crinale, ci sono altrettanti mondi. Tutti densi di vita e di scommesse esistenziali e, spesso, ben più curiosi e mobili delle comunità che, come la nostra, aggregano tribù che, per dirla con le parole di «Questa non è un'autobiografia», bellissimo e recente libro postumo del grande sociologo Pierre Bourdieu, sono «caratterizzate dall'elezione culturale e da una coabitazione prolungata di un gruppo sociale molto omogeneo».
Ad esempio, se si leggono le gentili, apparentemente teporose pagine con cui la rettrice del Collegio Nuovo Paola Bernardi accompagna il volume che offre le lezioni del professor Gabba, si ha un ritratto splendido - e feroce per chi lo sa guardare col distacco dell'osservatore non coinvolto - del «piccolo mondo» che forma la tribù accademica accampata, da qualche secolo, sulle rive del Ticino. Gruppi in un interno - di collegio, di aula, di liceo, di concorso, meno presenti invece biblioteche, case editrici, riviste, conflittualità sociali, eccetera - che sembrano esistere in un proprio limbo. Realtà extraterritoriali rispetto alla città, alla vita, mi veniva da dire, che sta attorno e che sembra giusto essere una specie di quinta teatrale.
La stessa cosa - magari con minori conviviali scambi e un decrescendo di deliziosi minuetti attorno a cuochi e ricette - penso che si potrebbe dire di qualsiasi altro ambiente, o tribù, incastonato in questa città. Ognuno rappresenta un «piccolo mondo» ritirato in se stesso e dove la mobilità esistenziale e sociale, lo scompaginamento, il gusto dell'avventura e della sfida, l'apertura agli altri, ai nuovi venuti e agli sconosciuti, è merce rara.
Tanto che, sommando queste realtà, sino a formare complessivamente quella che è Pavia, come si può pretendere - sin che non si superano questi steccati, queste remore - il sorgere di una città capace di spendersi, di emozionarsi, di saper dire «grazie», per non essere, come sostiene Gerry Scotti, ingrata?
Non a caso ci sono significativi e preziosi momenti in cui questo volto di Pavia cambia e sa illuminarsi di emozione e di calore, di solidarietà e di partecipazione. Per esperienza diretta so che questo accade nelle persone, nelle situazioni, nelle aggregazioni che si sono trovate, o sono ancora, faccia a faccia col dolore, con l'ingiustizia, con le domande ultime della vita. Dunque realtà ed emozioni che tutto travolgono e obbligano a guardarsi negli occhi, anche tra sconosciuti, e a trovare la forza di ri/costruire - di nuovo, ancora, sempre - contando gli uni sugli altri, in un procedere che obbliga a a dimenticare ruoli sociali, ingessamenti accademici, gerarchie e distonie.
Pavia, ha ragione Gerry Scotti, ha bisogno di imparare l'arte della gratitudine: verso se stessa, tanto per cominciare. Cominciando a scorgere, al di là dei propri piccoli, teporosi mondi, tutte le altre vite e realtà, altrettanto preziose, che stanno accanto a noi. Tante tribù separate in quella casa comune, dove viviamo e operiamo, che si chiama Pavia.
Giorgio Boatti