Baliani con la forza del monologo riporta in scena una pagina di storia

PAVIA. Diversi autori e interpreti hanno trovato ispirazione negli eventi del secolo scorso, nelle sue pagine più scure e atroci, nei fatti più tragici ed angoscianti, mostrando un particolare interesse per la storia, o meglio per i suoi momenti rimossi. Possono essere le torture dei regimi totalitari ('La morte e la fanciulla"), le vicende di ordinaria porcheria (il 'Vajont", 'Storie di plastica", 'Ustica"), la strage delle Fosse Ardeatine ('Scemo di guerra"), le rappresaglie dei partigiani titini ('Foibe"), le violenze delle milizie della X Mas ('Mai morti")... E possono essere i giorni bui del 'caso Moro".
Come in 'Corpo di stato" di Marco Baliani, con cui si scrive un'altra pagina fondamentale della nostra memoria solo con un proiettore, un paio di sgabelli, un attore. Ma al di 1à dell'apparente essenzialità, per costruire e mantenere viva l'attenzione e la reazione dello spettatore, la rievocazione utilizza tutta una serie di tecniche narrative affinate con cura su un ritmo incalzante sviluppato per larghe volute, connessioni e richiami, che oscillano fra conversazione pacata e passione, tra fredda esposizione e tono concentrato, problematico, unendo la spontaneità e l'immediatezza del linguaggio teatrale alla precisione di un reportage giornalistico ed alla sincerità di una testimonianza vissuta con partecipazione in prima persona. Nitida e lineare, asciutta, diretta, adeguata al tono di sottile, ma implacabile, denuncia questa insolita 'lezione" determina nell'attore monologante un'accelerazione per strati evocativi che, partendo dal ricordo, si dilata alla riflessione, alla presa di coscienza ed alla denuncia per contagiare il presente, per rendere attuali quei giorni e contemporaneamente cercare di capirli e di farli capire soprattutto a chi non c'era, a chi non ha visto o non ha voluto vedere ed a chi non ricorda. Il soliloquio rinuncia deliberatamente ad ogni facile effetto e ad ogni artificio scenico, salvo brevi sequenze di immagini e flash radiofonici dell'epoca. Parla degli anni di piombo, delle assemblee dei militanti, delle manifestazioni degli extraparlamentari, del terrorismo delle Br, della prigionia e dell'uccisione di Moro, della spaccatura del 'movimento", dell'indignazione, della rabbia e dell'euforia davanti ai morti con acutezza ed estrema sincerità. Si evolve verso le svolte drammatiche con assoluta semplicità, eppure con rigore ed intensità, puntando sull'interiorità, sulla ricomposizione di stati d'animo, che tradiscono partecipazione autentica, ma senza sbavature, giustificazioni di maniera, prese di posizioni ipocrite. Grazie alla forza coinvolgente della parola, della voce (i frammenti scheggiati di pause, l'arcuarsi dei timbri, le variazioni tonali) e del gesto (sempre asciutto, geometrico, sorvegliatissimo), che si fanno azione ed emozione teatrale, Baliani rende fisicamente reali, visibili sulla scena immobile e vuota l'infittirsi di episodi, situazioni, luoghi, pensieri. Dimostrando con evidenza impressionante come l'apparato formale del teatro possa risultare inutile e fuorviante di fronte all'urgenza di rievocare un momento storico che non può essere lasciato nell'oblio. (f.c.)