Ecco come la tragedia diventa spettacolo con impresari, attori, regista e pubblico


Quale aggiunta di orrore è possibile al dramma di Cogne? Cosa può accrescere, ancora, lo strazio di un bambino massacrato nel letto materno, e l'angoscia di sapere per ora condannata sua madre? Niente, pensavamo. Niente può andare oltre l'insostenibile fatto avvenuto quel giorno di gennaio del 2002. Eppure, ecco, si può anche andare oltre. Ciò che aggiunge orrore a orrore è lo spettacolo che di quell'orrore si fa. Il «delitto di Cogne» in scena ormai da anni non è una degenerazione seriale di una puntata di «Blu notte» o di «Chi l'ha visto?». Non è ammannito al grande pubblico da un dovere di cronaca che giorno dopo giorno puntualmente informi e che diventi anche inchiesta, approfondimento di una vicenda atroce ma che andrebbe comunque documentata affinché la si possa, per quanto è umanamente possibile, capire. Il segno dominante di questa cupa e dolorosa storia è stato, sui media, in gran parte quello dello spettacolo. E' questo che aggiunge orrore. Lo spettacolo presuppone degli impresari, degli allestitori. Il più noto ha un teatrino (da milioni di posti) alla Rai, con la riproduzione della casa di Cogne davanti, lo schermo con i titoli e le immagini forti dietro, e il contorno dei coadiuvanti. Sono sempre quelli, più o meno, i coadiuvanti: li vediamo invecchiare commentando «il delitto di Cogne», sbiancare i capelli (o colorarseli), tagliarsi i baffi, cambiare pettinature e vestiti a seconda delle stagioni e delle mode. Tre anni passati cosi sono tanti, forse qualcuno di costoro prima o poi cambierà vita o si stancherà, nauseato o illuminato, di questa recita, e allora verrà sostituito, come sull'Isola dei Famosi. Un'isola, quella, dove però tutto è gioco e finzione, al contrario di Cogne dove tutto poggia e prospera e fa audience su una vera e irreversibile e crudelissima tragedia, sullo strazio di un bambino. Ci sono anche gli attori, ovviamente, in questo spettacolo. C'è, perduto, inconsapevole, innocente, il piccolo Samuele. E c'è la famiglia, e c'è il suo avvocato, forse l'attore principale, anzi un pò attore e un po' regista, che ha scelto di trascinarla nel più triste reality che si possa immaginare. In un video girato per la difesa, si vede addirittura il padre di Samuele che interpreta un possibile assassino. Fiction ad uso processuale a parte, è tutta la gestione della difesa ad essersi spostata sul piano mediatico, tra interviste, annunci ripetuti di colpi di scena imminenti (mai arrivati), contorni di storie private e di gossip (la nuova maternità, il nuovo paesello). Impresario, coadiuvanti, attori e regista, dunque. E, infine, il pubblico. Quello sterminato della tv. Pubblico invisibile, chiuso nella privacy di milioni di case. Ora abbiamo la possibilità di vederne un campione. Sta in fila davanti al tribunale di Torino, con il biglietto numerato in mano. Triste fila. Orrida storia.

Gianfranco Bettin