Cleofe, pensionata «in guerra»
PAVIA. «Appena nata mi hanno messo a dormire nel cassetto del comò, tanto eravamo poveri. Quando si dice che nasci predestinata...» Cleofe Maggi Fagnani, è nata il 10 agosto del 1924. «Prendi anche il nome: era quello della nonna. Non sarebbe stato meglio chiamarmi Lorenza, come la notte delle stelle cadenti in cui sono venuta al mondo?». Invece la sua è stata una vita tutta in salita, da subito. Due guerre mondiali, la povertà, la scomparsa prematura del marito. E oggi, a 81 anni (ben portati), con una pensione di 1100 euro al mese entra di diritto - pur ritenendosi fortunata - nell'esercito di persone che vive sotto la soglia della povertà. Come suo fratello, settancinquenne, vedovo da poco, che campa con 900 euro al mese e ne paga più di 400 solo di affitto.
«Ieri gli ho chiesto cosa avesse nel frigo - racconta lei -. Mi ha detto che con un po' di avanzi si è fatto le polpette. E gli basteranno per qualche giorno».
«Io, invece, non rinuncio a niente ma solo perché ho vissuto sempre con poco» dice con sarcasmo. Sorride, ed è sincera. «Ho cucinato a mio figlio tanto di quel pollo lessato che adesso dovrebbe fare le uova». Non è certo il dover tirar la cinghia sulla spesa a spaventarla adesso.
Sotto i bombardamenti ha mangiato persino l'erba. «Cosa sarà mai prendere una volta ogni tanto la braciola invece del filetto? Sono una buona cuoca e la differenza quasi non si sente» si consola.
Non si è mai persa d'animo Cleofe Maggi, nemmeno quando sarebbe stato più che normale farlo.
Aveva una mano d'oro da bambina. La maestra raccomandava alla mamma, friulana trapiantata nella Milano di Porta Ticinese, di mandarla a Brera a studiare. Ma Cleofe a 12 anni era già a fare l'orlo ai pantaloni in casa di una signora inferma. «Per una lira al giorno - dice fiera - e il latte costava 1 lira e 6 centesimi. Cioè non prendevo niente. Ma almeno potevo pagare la colazione ai miei». E subito dopo a fare la garzoncina in un negozio, poi l'operaia in una fabbrica di calze, e ancora in una ditta tessile. E' stata anche sindacalista, di quelle toste. «Ma sognavo di fare l'impiegata per farmi dare del lei...». Intanto nella 'stanza" di ringhiera vivevano in cinque, con il bagno in cortile. Un lusso. «Mia mamma mi ha trasmetto la passione per il cinematografo - ricorda - Facevo la spesa alle vecchiette per 5 centesimi. Quando ne racimolavo 60 portavo la mamma a vedere un film. E sognavamo davanti a Clark Gable..».
Anche oggi appena può si infila al cinema. «E' l'unico regalo che mi concedo. Con il biglietto ridotto a 4 euro...». E poi la signora Cleofe ama leggere. Ma i libri costano e allora si accontenta dei prestiti in biblioteca. «Mi sono concessa solo una volta un libro di Montanelli, il mio preferito. Che adesso gliele avrebbe cantate a questo governo».
La maglietta color crema è sintetica, come il giacchino impermeabile. «Questa gonna l'ho presa a una svendita. Sono i capi più belli che ho» e liscia un kilt verde bosco. «Ma per il resto si va dai cinesi. E poi a me i maglioni durano anni e anni». E' una maga dei prezzi scontati. Come una rabdomante parte, tirando il suo carrellino cone le ruote, a caccia di offerte e sconti.
«Giro tutti i supermercati in cui riesco ad arrivare a piedi perché non ho la macchina e non l'ho mai avuta. E guardo dove la roba costa meno». Ovviamente, spiega, il banco della gastronomia è inavvicinabile. Come la pasticceria. O come il prosciutto. «Ci sarebbero le buste a 90 centesimi per un etto e mezzo di cotto in un supermercato vicino a casa mia, ma sono sempre in alto sullo scaffale e non ci arrivo...».
Fortuna, dice, che ormai quasi mezzo secolo fa con il marito ha investito tutti i risparmi che avevano da parte per comprare una casetta vecchia a Città Giardino. Tremila e 500 lire. Una vita di lavoro. Almeno non ha l'affitto da pagare. In compenso deve dare una mano al figlio, che tira avanti con contatti a termine sottopagati. «Se sono ancora qui è perché mi sono arrangiata, ma è come essere sempre in guerra». E lei l'ha davvero vissuta. Si è persino arruolata volontaria nella Croce Rossa a diciotto anni. Perchè «ma davan un scusà e un piat da minestra». Perchè mancavano anche quelli in famiglia. Ma il destino l'ha portata in Germania. Sull'orlo dell'abisso. «Non sono stata deportata per un soffio - ricorda - E a piedi sono tornata in Italia. Qui ho trovato ancora povertà e fame. Andavamo tra le macerie a cercare da mangiare. Quindi oggi i sacrifici non mi spaventano. Ma non sono mica tutti come me. Se la salute si guasta vedi tutto nero, diventa più difficile farsi coraggio». Lei dal medico ci va il meno possibile, «ma vedo gli anziani tirar fuori anche 50 euro a volta in farmacia. Vuol dire una bella fetta di pensione. Poi non mangiano...». Si parla anche di questo il sabato pomeriggio alla coperativa di Italia, in via Olevano. «E per non rattristarci ascoltiamo la musica - dice - Vengono anche quelli della corale Verdi, sapeste come cantano bene. Sanno tutte le canzoni in dialetto. E cantare, per fortuna, non costa niente».